Sono stato al Bataclan nel 2008 a vedere un concerto dei Counting Crows, il primo concerto all’estero, il primo concerto di una delle mie band preferite in una delle città in cui sono stato più volte da quando ho iniziato a viaggiare. Ricordo tutto bene di quei due giorni, ricordo come era dentro il Bataclan, un posto bellissimo e ricordo bene due cose stupide: lo stupore di vedere un concerto su un parquet di legno e una ragazza giapponese con la maglietta dei Grant Lee Buffalo. Quando partirono le prime note la gente cominciò ad urlare, la musica arrivava addosso da tutte le parti, ero felice e sudato, faceva un caldo pazzesco e se qualcuno avesse deciso di ammazzarmi in quel momento, mentre ero lì con mio fratello a cantare e bere birra, mi avrebbe trovato nel momento più vulnerabile della mia vita, ero felice e privo di preoccupazioni.

Che credo sia il modo in cui si muore in un attentato terroristico in qualsiasi parte del mondo.

Il primo impulso che ho avuto leggendo le notizie è stato questo ricordo legato al Bataclan, il pensiero che è un posto frequentato da ragazzi come me, gente con vite normali, quasi banali, europei e non, che magari sognano certi concerti per anni e mettono via i soldi per andarci, che hanno lavori precari, che magari fanno volontariato in associazioni per i diritti umani, persone che in punta di piedi s’interessano del mondo e che amano la musica.

Poi ho pensato anche a Bilal Hadfi, belga di venti anni che si è fatto saltare in aria nell’attentato allo stadio, nelle informazioni che girano sui giornali sembra abbia un passato di guerra in Siria appena maggiorenne. Guardo la sua foto e potrebbe essere uno dei mille ragazzi che vedo ogni giorno a lavoro, sul tram, in giro, e non capisco, non capisco perché va allo stadio per uccidere e non per tifare. Non capisco dove si è interrotto il suo rapporto con il mondo ma so che è in qualche punto dove c’era rabbia e solitudine.

E mi sono accorto di aver provato paura, paura di chi non ha dubbi e non è capace di fare distinzioni. Di chi non vede la complessità di vite e storie che si nasconde dentro parole come musulmani, occidentali, migranti, francesi, israeliani, palestinesi, europei, omosessuali. Di chi pensa di categorizzare il male e chiuderlo fuori dalle frontiere, dentro un paese, dentro una tifoseria o dentro una religione. E bombardarlo. Perché siamo tutti colpevoli in un mondo che non fa distinzioni. Che non distingue noi dai nostri governi e dalle loro guerre, dalle multinazionali con sede nei nostri paesi ma con le mani in quelli degli altri, o dagli eserciti e dai terroristi con il nostro stesso passaporto o la nostra stessa religione.

Ma se penso a dove poter continuare a sentirmi al riparo dalla violenza penso ancora a posti dove essere vulnerabile ma felice, dove c’è musica e persone che non conosco, posti come il Bataclan.

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Foto del Live dei Counting Crows a Roma

 

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.