Esiste un’altra Firenze. Su Internet, nei social networks, nelle immagini digitali. Lo spazio fisico si contrae nel caos digitale e, implodendo su se stesso, genera una spazio svincolato dalla materialità: lo spazio virtuale. Firenze virtuale.

Brandelli della nostra vita si stanno progressivamente trasferendo sui supporti digitali. È una lenta e costante transumanza verso l’immaterialità. Là, nel mondo virtuale, si svolgono ormai gran parte di quelle attività giornaliere che solo qualche anno fa non avremmo potuto mai immaginare lontane dal marciapiedino sotto casa. Una quantità enorme di informazioni è compressa in una quantità infinitesima di spazio. Implosione. Nello spazio virtuale il volto della fisicità sparisce: la distanza, l’odore, la qualità tattile, l’udito, le ombre, la consequenzialità degli eventi, la sensazione del caldo e del freddo… Prendono campo l’ubiquità, la contemporaneità, la sovrapposizione e la reversibilità degli eventi, l’interscambiabilità dei luoghi. E tutto passa attraverso quel rettangolo luminoso che ci sta davanti… attaccato freneticamente al segnale.
È un lento e progressivo abbandono di gesti e consuetudini che hanno costituito costanti nell’evoluzione umana. I gesti si perdono in movimenti mentali contraendo gli spazi fisici.

Ma riusciremo mai ad abbandonare definitivamente queste gestualità, queste ritualità spaziali alle quali siamo abituati da migliaia di anni? Riusciremo mai a dimenticare Firenze?

I siti sono zeppi di immagini della Firenze che tutti conosciamo. Della sua storia, dell’iconografia tradizionale e conservatrice della città. Nel luogo dove la pietra non ha alcun peso, postiamo le foto delle nostre mastodontiche cattedrali. Dove la geometria dei solidi è pura teoria, cerchiamo disperatamente l’identificazione nella rappresentazione degli edifici a forma di parallelepipedo, di cilindro, di semisfera. Dove non è una necessità percorrere uno spazio in modo consequenziale, come se stessi attraversando un corridoio uscendo da una stanza ed entrando in quella dopo, cerchiamo comunque di strutturare lo spazio virtuale secondo gli schemi che meglio conosciamo: le gallerie di immagini, la bacheca degli scritti, la home. I profili dei social networks sono appartamenti ordinati. I siti sono concepiti come mappe per non perdersi.

Gli spazi consegnati al virtuale, per ora, sembrano non voler abbandonare gli schemi su cui si è strutturato  lo spazio fisico che è come se riemergesse ostinatamente nelle spazio virtuale. E così proliferano i luoghi di connessione tra virtualità e fisicità, tra artificialità e umanità, tra tecnologia e tradizione. È un modo diverso di vivere e percepire lo spazio, un’ibrida pulsione tra dimensioni diverse il cui minimo comun denominatore rimaniamo noi stessi aggrappati ostinatamente, e forse giustamente, a ciò che conosciamo.

Come diceva il saggio Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova. E tanti saluti al progresso.

foto in alto da viralblog.viralbeat.com/tag/analisi-netnografica/
foto in basso da sjeon.com/#Virtual-City

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.