Siamo rugbisti da salotto. E a noi questo sport − visto dalla poltrona − sembra un bel dilemma. Un rompicapo pieno di trappole, dove poco è lasciato all’istinto e al caso. Un gioco fisicamente ma anche mentalmente estremo, in cui chi si ritrova la palla in mano dopo essere stato placcato e scaraventato brutalmente a terra, si deve ricordare che l’ovale va rimesso subito a disposizione dei compagni (nel senso che è proibito tenerselo al petto in attesa di tempi migliori, dicendo “mio!”). E non finisce qui. Uno che si rialza dopo essere stato sballottato nel tritatutto del cosiddetto raggruppamento spontaneo, non può pensare di ributtarsi nella mischia come gli pare. Perché può farlo soltanto entrando da dietro.
Il rugby è un gioco diabolico se paragonato, per esempio, al calcio. Ci sono gli specializzati che, oltre a fare tutto il resto, sono “addetti” a un determinato compito. Per esempio c’è il tallonatore, figura quasi inquietante il cui nome potrebbe far venire in mente un serial killer (Jack il tallonatore, il terrore dell’East End). È il giocatore che nella mischia tocca la palla con il tallone (appunto!) per mandarla fra le mani del mediano di mischia (altro ruolo che meriterebbe una spiegazione approfondita…). Poi c’è il mediano d’apertura, la mente della squadra, che spesso si ritrova a scavare fra gambe e braccia di compagni e avversari alla ricerca della palla. E poi c’è l’addetto alle rimesse laterali. Quello che nel calcio è un gesto semplice (la rimessa in gioco), nel rugby diventa un rito, che in genere inizia con la lucidatura della palla con la maglia da parte del rimettitore stesso. E tra l’altro la palla non può essere buttata a casaccio, ma deve seguire una traiettoria ben precisa, equidistante tra compagni e avversari schierati per la ricezione.
Quindi in questo sport l’unica casualità sembra essere rappresentata dall’oggetto del desiderio, la palla, che per la sua forma bizzarra e incomprensibile appena tocca terra cambia tutte le strategie seguite fino a quel momento. Rimbalzando qua e là sovverte l’ordine costituito, mentre i malcapitati cercano di seguirne le mosse anarchiche. E il rugby, da scienza esatta, diventa improvvisamente, per un attimo, caos. Alla fine, quando i giocatori si stringono la mano a vicenda e scorrono i titoli di coda, restano solo due certezze: la prima è che questo sport si gioca quasi sempre sotto un cielo grigio e nebbioso (forse in onore della sua origine anglosassone). La seconda, terribile, è che non abbiamo ancora capito la regola del fuorigioco.
Ma, anche in vista dei prossimi mondiali, siamo sicuri che l’impareremo.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.

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