Gli scienziati vivono spesso in un loro mondo, separato dal resto della conoscenza, in virtù di un linguaggio solo ad essi comprensibile, quasi orgogliosi di un solipsismo gaudente per l’impossibilità di essere contaminato dai non addetti ai lavori.

A lungo si è dibattuto sulla presunta presenza di due culture, la scientifica e l’umanistica, non dialoganti e quasi l’un contro l’altra armate. Quale drammatico errore sarebbe avallare questa tesi! Se gli straordinari progressi della scienza e della tecnologia degli ultimi due secoli hanno condotto verso una possibile dicotomia fra queste due presunte culture, grazie alla esasperazione degli specialismi e al confinamento dei saperi scientifico-tecnologici in una sorta di limbo impenetrabile, oggi forse più che mai il tema all’ordine del giorno e la sfida culturale, intesa in senso unitario, è quella del recupero di una legame fra questi due mondi. Insomma, una sorta di nuovo umanesimo in cui i lumi della ragione siano l’elemento riaggregante e il denominatore comune di una novella grande alleanza.

L’Università, con la compresenza di discipline multiformi e afferenti a varie aree scientifiche, può forse essere la palestra d’elezione in cui operare una sutura virtuosa fra mondi oggettivamente diversi, ma accomunati dall’idea di una ricerca continua, di una costante messa in discussione di quanto conseguito, di un intelletto raziocinante che scandaglia e dissoda terreni diversificati. La ragione può essere il nostro esperanto, una sorta di passepartout che ci consenta di affinare sensibilità e interessi verso altre sfere. In fin dei conti Primo Levi sosteneva che la chimica insegna a vigilare con la ragione. E questa idea del “vigilare costantemente con la ragione”, se ci pensiamo bene, è la molla più potente sia per fabbricare il progresso della civiltà umana, sia per superare artificiose divisioni culturali.

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