Studi scientifici dell’università dell’Oregon hanno portato, con abbastanza certezza, a classificare il masochismo in tre sottogeneri diversi:
1 il masochismo autoreferenziale: per capirsi, se siete i tipi affetti da questa tipologia di autolesionismo sarete più o meno i tipi che quando scureggiano in macchina accendono il ricircolo dell’aria;
2 il masochismo sociale: in questo caso avrete bisogno degli altri per farvi del male, allora farete cose come mettere le caccole sul corrimano delle scale condominiali per vedere se la ditta di pulizie tradisce la vostra fiducia e poi, quando accadrà, soffrirne provando piacere;
3 il masochismo seriale: ovvero, i timbratori del cartellino del dolore, quelli che hanno bisogno di situazioni meccaniche e ripetitive, e più monotone sono e più soffrono.

Quelli che erano con me allo Space di Novoli mercoledì sera a vedere Il grande match con Stallone e De Niro appartengono a quest’ultima categoria. Perché dai, non ve lo nascondete, se eravate lì è perché sapevate che il vecchio Bob non avrebbe tradito, che vi avrebbe fatto provare quel misto di piacere e sofferenza che provate ogni volta nell’accorgervi che avete buttato via, insieme ai circa 7 euro del biglietto, un piccolo pezzetto della vostra vita. Ed è lo stesso subdolo dolore che avete provato guardando: Men of honor, 15 minuti, The score, Showtime, Stardust, Sfida senza regole, Manuale d’amore 3 e tutti i film che l’ex Travis Bickle ha messo in fila da 20 anni a questa parte. Ma io vi dico basta! Usciamo allo scoperto, niente più sguardi imbarazzati all’uscita dei film di De Niro, non stiamo infrangendo la legge, basta sentirsi come quando chiedevamo Max o GQ all’edicola sotto casa, l’autolesionismo cinematografico è una malattia e può essere curato.

Questa recensione è promossa dall’associazione vittime dei film di De Niro in collaborazione con l’Associazione Occupy Robin Williams e la ONLUS Un dopo Mel Gibson, non ha scopo di lucro e non è coperta da diritti d’autore.

 

Fonte foto: duellanti.it

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.

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