“Ma Bruto è un uomo d’onore”, recitava Antonio nel suo monologo nel “Giulio Cesare”.
Palava da solo.
Come me da un po’ di tempo a questa parte.
Sì. Parlo da solo come i matti.
E i poeti.
Che poi è la stessa cosa.
Perché bisogna essere matti a esser poeti oggigiorno.
Perché dico questo? Ma è semplice: tutto deriva da una congiunzione fra una luna storta e un Grande Poeta e drammaturgo del passato. Tale William Shakespeare.
Che quando ho cercato di declamarlo citandolo nel bar sottocasa il barman mi ha guardato storto:
– Mica ce l’ho la ricetta per un simile Cocktail!
– Eh?
Faccio io.
– Ma sì.. devo shakerare lo speare! Lo hai detto tu! Nel dubbio meglio chiedere.
– Ah ecco.. nel dubbio.
Amletico.
Capite perché sono uscito urlando dal bar e mi sono infilato nel primo worm hole che ho incontrato? Quel giorno avevo la luna storta!
Ormai mi seguono dappertutto, questi dannati ponti di Einstein-Rosen! Ci fossero altrettanti gabinetti pubblici a Firenze!!! Devi sempre infilarti in un bar e chiedere: – Un caffè e la toilette!
E ti portano il caffè in un vaso da notte!
Bene: mi fiondo urlando nel Worm Hole e mi snutello in faccia a chi?
Ma a lui! W. Shakespeare! Segno del destino! Una botta tremenda! Mi faccio pure male!

Quando mi rialzai, il povero Shake era a terra svenuto. Tutte le sue opere, i manoscritti sparsi per la stanza. Raccolsi da terra il tutto e rimescolando venne fuori un coktail di titoli e testi: “MachbOtello”, “Amleto e Giulietta”, “Sogno di una notte di mezza tempesta”, “Molto rumore per Re Lear”, “Tito AndroniCoriolano”..
– Ehi!
Mi voltai e Shakespeare, che si era ripreso, parlava un inglese strano, arcaico. Io lo capivo lo stesso, sembrava che parlasse come in un film di Stanlio e Ollio. Un difetto del traduttore di Einstein-Rosen, forse.
Certo che per capire “Ehi!” il traduttore non serve.
– What’s appening?
– No, non ho whatsapp!
Lui mi guardò storto poi prese un grosso volume di Dan Brown e me lo tirò dietro.
E qui successe il finimondo: io gli tirai dietro i Fratelli Karamazov, lui mi scagliò addosso tutta l’opera di Joyce, presa da chissà dove mentre io lo sommergevo con le opere di Philip Roth, di Flaiano, Graham Greene, Angus Wilson, William Golding, Iris Murdoch, Muriel Sparks,Virginia Woolf (ci scagliavamo addosso libri improbabili, non ancora scritti); quando però mi centrò in pieno con l’ultimo libro di Fabio Volo, lì non ci vidi più! Con un urlo selvaggio gli strappai la gorgiera e lo colpii con un sergozzone micidiale alla tiroide. Lui, lesto come un’anguilla rispose con una poderosa testata tanto che la mia faccia rimase attaccata alla sua!
Insomma, il povero Shakespeare aveva perduto la testa o l’avevo perduta io.. fattostà che uno dei due era rimasto senza teschio per la capocciata.
Per questo, ancora oggi si narra che Shakespeare, in realtà non sia mai esistito e i suoi meravigliosi capolavori li abbia scritti io.
Ma non è vero, io ho fatto solo un po’ di casino con le pagine.
Così è andata veramente..
Credo.

(Visited 129 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.