Sono anni che frequento l’università e ormai pensavo di essermi abituata a questo, pensavo che non potesse più sbalordirmi e lasciarmi frastornata, ma ogni volta è come se fosse la prima… Sto prendendo appunti freneticamente quando sento uno strano odore nell’aria, mi volto, ed eccolo lì, proprio accanto a me: un bianchetto. Abbiamo almeno 23-24 anni, ci siamo laureati alla triennale, ma qualcuno di noi non si rassegna ad una sbavatura sugli appunti. Siamo dottori, e qualcuno di noi usa ancora il bianchetto. Dottori che non vogliono un rigo sopra ad una parola sbagliata.
Ho sempre immaginato varie fasi nell’evoluzione scolastica, scandite dalla cosa più importante della nostra istruzione, dalla primaria al dottorato: gli appunti. Dalle matite e i lapis dell’asilo, quando gli appunti erano solo disegni, siamo passati ad una penna. In prima battuta era l’intramontabile Replay della Papermate, la mitica “penna cancellina”, ma con nostro rammarico abbiamo dovuto abbandonarla alla soglia delle medie, senza però arrenderci al disordine della pagina. Ecco correre in nostro aiuto l’amico di mille battaglie, il protagonista dell’astuccio: il panciuto bianchetto. I polpastrelli bianchi volevano dire solo una cosa, a scuola stavi facendo il tuo dovere. Ma c’è un tempo per ogni cosa e i più saggi di noi sono passati all’ultima fase dell’evoluzione scolastica. Ecco che nel bel mezzo del liceo vieni colto dalla consapevolezza che gli appunti sono solo un mezzo di studio, e non un trofeo da mostrare lindo e perfetto. La mia resa al buon vecchio rigo sopra è giunta all’inizio del liceo, ma è sconcertante constatare come non tutti sappiano chiudere i conti col passato.
Un’assolata e (troppo) silenziosa piazza Savonarola mi farà perdonare anche chi usa il bianchetto a 25 anni?
Sarà dura, perché oggi ho addirittura visto un ragazzo usare la Replay. Forse dopo un po’ anche gli oggetti scolastici diventano vintage. Un po’ come il giubbotto di jeans: portarlo ancora a 18 anni era da sfigati, ma ora ci immergiamo negli armadi sperando che quello del 1998 ci stia ancora.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.

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