Alejandro González Iñárritu gioca a zona, e nei suoi film anche i fuoriclasse finiscono a fare i terzini, come nella nazionale di Arrigo Sacchi. Al punto che uno come Di Caprio in un film come Revenant non gioca da fantasista come negli ultimi film di Scorsese, no, torna in difesa, si sbuccia i ginocchi e gioca sempre uguale perché questo richiede il modulo e la formazione. Iñárritu aveva già messo Edward Norton a fare il terzino in Birdman e per Babel aveva preparato una formazione all’olandese dove Brad Pitt e Cate Blanchet giocavano come e quanto altri attori sconosciuti e questa volta è toccato a Di Caprio.

Ma siccome la critica di cinema assomiglia sempre più a quella calcistica, sia quella degli spettatori che quella dei giornali, di Revenant probabilmente ricorderemo solo che non è il film dove Di Caprio fa gol scartando tutti e mettendo a sedere il portiere, ma è un peccato, perché non sarà il più bel film d’Iñárritu ma è una cartolina poetica e violenta dal passato dell’America che ci ricorda da dove è nata quella terra. E in questa cartolina non c’è il Di Caprio alla Baggio ma l’attore che si sottomette al modulo d’Iñárritu, fatto di ricerca dell’immagine perfetta, di una telecamera che apre spazi nel paesaggio che dilatano lo schermo del cinema facendo immaginare tutto il resto come nei film di Malick o nei libri di Jack London.

Il Glass di Di Caprio non perdona i due che lo hanno abbandonato semi-morto nella neve dopo essere sopravvissuto a un orso, non è un eroe come nella leggenda che ha ispirato il film. No, perchè in Revenant non c’è redenzione, c’è solo sopravvivenza. Siamo tutti selvaggi nel film d’Iñárritu e come selvaggi percorriamo chilometri su questa terra in balia degli eventi, e diventiamo prede e cacciatori a seconda delle circostanze. È la vita che fa di noi delle vittime o dei carnefici, non la nostra morale.

E se Di Caprio è un conte di Montecristo primitivo e lacerato dalla natura. Che lotta contro tutti per avere la sua vendetta, perso nel suo passato fatto di sogni e di incubi, che senza conflitti interiori va avanti come un terminator per cacciare la sua preda, il vero protagonista del film è il Fitzgerald di Tom Hardy. È con i suoi occhi che vediamo la nascita di una nazione attraverso l’inganno e lo sterminio dei nativi americani, è lui che capisce che in un paese che cerca di dividersi in buoni e cattivi in realtà non c’è parola o accordo che conti. Fitzgerald è uno che incontra Dio in uno scoiattolo e se lo mangia, perché sopravvivere è quello che conta in un paese, o in un film, aspro e senza pietà.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.