rio_stadio_okMedaglie d’oro, d’argento, di bronzo diventate improvvisamente l’unica ricchezza di un paese. Con il PIL che sembra crescere proporzionalmente al loro numero e la politica che si appropria degli atleti facendoli diventare motori della macchina del consenso. Due settimane di Olimpiadi e il mondo quasi si ferma. Il bombardamento mediatico raggiunge livelli mai visti. In Italia tre canali Rai diventano proprietà dei giochi e il medagliere assume le sembianze di un totem da adorare o da odiare. A seconda delle vittorie e delle sconfitte.
Una volta, molti anni fa, qualcuno disse che l’importante non è vincere bensì partecipare. Oggi però lo spirito olimpico racchiuso in quelle parole è morto e sepolto. O meglio capovolto. Aumentano a dismisura le discipline − tanto che diventa insensato qualsiasi confronto con i medaglieri passati − e aumenta perciò la platea dei vincitori. Ma diminuisce a vista d’occhio il numero delle città che hanno voglia di ospitare i giochi. Si prevede che in un futuro prossimo venturo i ricchi membri del CIO dovranno frugarsi le tasche e partecipare alle spese. Nonostante ogni volta si parli di Olimpiadi “sostenibili”, da organizzare utilizzando strutture già presenti, tutto rimane lettera morta e gli impianti in gran parte ammuffiscono inutilizzati. E anche la sicurezza dei partecipanti ormai costa cifre impossibili. L’impressione è che i giochi non siano più un affare, se mai lo sono stati. Tanto che perfino i paesi più ricchi si stanno chiamando fuori. Comunque sia, alla fine, i governi si accolleranno gran parte gli oneri.
Il problema sarà capire fino a che punto i cittadini vorranno pagare per la passerella dei loro amministratori, che sembrano sempre più inclini a cingersi il capo con l’alloro della vittoria ma sempre più restii a prendersi la colpa della sconfitta. Anche perché dopo l’Olimpiade rimane solo la polvere, messa sotto il tappeto il giorno della cerimonia d’apertura. E che alla fine ritorna. Molto più sporca e fastidiosa di prima.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.