Strategicamente posizionato circa a metà del Musart Festival, il 18 luglio si è esibito Steve Hacektt nel suo “Genesis Revisited Tour 2019”.

Nell’anno del quarantennale di Spectral Mornings, suo terzo album solista, Steve ha messo in scena uno spettacolo con due anime distinte: nella prima parte ha riproposto i brani più noti da  Spectral Mornings, alternati ad alcuni di At The Edge Of The Light, suo ultimo lavoro; nella seconda parte, per la gioia dei vecchi fan dei Genesis, ha eseguito integralmente Selling England By The Pound, loro capolavoro del 1973.

L’occasione di esibirsi in una cornice unica come quella di piazza Santissima Annunziata ha emozionato anche un vecchio e consumato professionista come Hackett, che si è presentato sul palco particolarmente motivato. Steve Hackett scrive musica e si esibisce da mezzo secolo, ma in lui arde ancora il Sacro Fuoco e ad ogni concerto suona con un trasporto che regolarmente coinvolge il pubblico, che lo ricambia con un affetto sincero. Tutti i suoi concerti sono sempre un esempio di grande musica, ma soprattutto di grande passione per la musica. Poi ci sono le serate particolarmente riuscite, quelle in cui anche il contesto contribuisce a creare qualcosa di speciale. In Toscana gli è già successo altre volte: nelle cave a Gavorrano (nel 2013) o in piazza Signorelli a Cortona (nel 2014); ed è successo nuovamente la sera del 18 luglio a Firenze in piazza Santissima Annunziata. Soprattutto nella seconda parte della serata il crescendo di entusiasmo del pubblico ha spronato Steve a dare il meglio di sé, concludendo lo show tra le ovazioni degli astanti.

Il primo set del concerto, pregevole e a tratti veramente intenso, ha lasciato solo una lieve perplessità per l’utilizzo di quelli che sembravano proprio essere cori preregistrati, che sicuramente hanno una loro ragion d’essere, ma non sono apprezzati dai puristi della performance full-live.

Dopo un intervallo, abitudine acquisita in questo tour, è arrivato il vero cuore dello spettacolo: il secondo set con l’esecuzione dell’intero Selling England By The Pound, evento eccezionale dato che alcuni dei brani nell’album non venivano eseguiti dal vivo da oltre quarant’anni.

Sul palco ad accompagnare Steve una formazione di qualità eccezionale: Roger King alle tastiere, Rob Townsend ai fiati, Jonas Reingold al basso, Craig Blundell alla batteria e Nad Sylvan alla voce. I fan più affezionati di Hackett hanno avuto modo di valutare il risultato di cambiamenti recenti nella formazione. La sezione ritmica attuale conferisce ai brani un suono più corposo, a tratti piacevolmente hard, rispetto al precedente duo composto da Gary O’Toole e Nick Beggs, che però forse era più raffinato, anche se meno incisivo.

Una band ben affiatata sempre in ottimo equilibrio con Steve, tranne forse per alcuni eccessi nell’arrangiamento dei fiati su alcuni brani. Proprio ascrivibile ai fiati è una pecca di cui i puristi continueranno ad accusare Rob Townsend: il mancato uso del flauto su Firth Of Fifth, sostituito da un sacrilego sax soprano. Tale mancanza è particolarmente evidente in questo tour, dove il flauto viene ampiamente utilizzato negli altri brani di Selling England By The Pound. Sempre su Firth Of Fifth, inevitabilmente il clou dello show, Steve ha invitato il pubblico, come continua imperterrito a fare da anni, a scandire il tempo con un inappropriato battito delle mani all’inizio della sezione strumentale che precede il suo assolo; questa pratica barbara, oltre ad essere un vero e proprio atto di lesa maestà, riduce l’atmosfera e svilisce il brano, senza per fortuna nulla togliere all’irraggiungibile assolo successivo, che è da sempre l’apice di tutti i concerti di Hackett.

Firenze ha dovuto attendere quattro anni per il ritorno di Hackett (l’ultimo concerto fiorentino risale al 2014 all’Obihall), ma l’attesa è stata ampiamente ripagata.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.