Elise ha un nome senza accenti e quando è felice sorride e si morde le labbra, è grande abbastanza ma ancora non riesce a farsi scivolare le cose di dosso e le restano sulla pelle come tatuaggi indelebili. Didier invece è l’uomo più grande che lei abbia mai conosciuto, troppo goffo per suonare la chitarra, troppo buono per il rock, così suona il banjo in una band di Bluegrass da qualche parte in Belgio. Un belgio che sembra il Tennessee triste e decadente di Johnny Cash ma che invece è proprio il Belgio dove mangiano le cozze con le patatine fritte.

Elise e Didier si conoscono e si riconoscono, vivono in una roulotte, scrivono canzoni, fanno concerti, lei gli parla dei suoi tatuaggi e lui a volte fa colazione in mutande per farla ridere. Fanno sesso, tanto sesso, un sesso vero e non finto come nei film americani degli anni ’80. Talmente vero che dopo un po’ nella pancia di Elise c’è una piccola parte di Didier che si mescola insieme a una piccola parte di lei e che dopo 9 mesi diventa una bellissima bambina di nome Maybelle, perché Didier non ci ha mai capito molto di nomi.

Ma tutti i tatuaggi di Elise, tutte le canzoni di Didier, non sono abbastanza, non sono abbastanza le loro risate, il sesso nel pick-up, la casa che hanno costruito, niente è forte abbastanza quando un medico che probabilmente in pausa pranzo mangia cozze e patatine fritte gli dice una parola che sembra un segno zodiacale ma che invece è una malattia.

E tutta questa storia poteva essere un film TV su una bambina malata di leucemia, di quelli che danno il pomeriggio, ma invece è un atto di coraggio enorme, perché il regista gioca a carte scoperte, nessun trucco, nessun tentativo di mescolare le carte, nessuna arma o effetto speciale, in Alabama Monroe si parla solo di questo, di una storia d’amore tra un uomo e una donna e di un cerchio che si spezza di fronte a tanto dolore. Parla del sentirsi inadatti e impauriti davanti alla morte di qualcuno che si ama, ma parla anche dell’eccitazione e del sentirsi vivi sopra e dentro la pelle di qualcuno che sentiamo simile a noi. Parla di country, di musica, di tatuaggi, di uccellini morti che non sai dove vanno a finire, parla di amarezza e dolcezza, di stelle che si spengono ma continuano a fare luce e di tutte quelle parole che sembrano complicare quello che i gesti potrebbero semplificare. Parla di paura, di dolore e di tutti gli eccetera del caso.

Alabama Monroe, che in realtà si chiama The Broken Circle Breakdown, è un film di un regista quasi sconosciuto e di un’attrice incredibilmente intensa che non ha mai recitato, ed era candidato all’Oscar contro La grande bellezza. Ma lo trovate solo allo Stensen, di pomeriggio, e al Cabiria e al Grotta, probabilmente fino a domani sera, perché noi italiani siamo sportivi.

Fontefoto: www.tribecafilm.com

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.

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