di Alessandra Mastroleo

È la sera del 12 settembre 1847. Per le strade di Firenze si riversa una folla festante che sfila verso Palazzo Pitti: “Libertà!”, “Per l’unione dell’Italia!” recitano alcune bandie­re, e rumorose grida – Viva Pio Nono! Viva Leopoldo Secondo! – si alzano dal corteo.
Alla finestra del primo piano di Casa Guidi, in Piazza San Felice a pochi passi da Pa­lazzo Pitti, si sporge una donna. Osserva la folla infiammata, ascolta i “Viva” esultan­ti dei bambini, mira con sguardo compiaciuto le persone affacciate che lanciano fiori e alloro. Si volta entusiasta verso il marito e il piccolo spaniel Flush, che scodinzolan­do incuriosito si sporge con due zampe sul davanzale; poi, preso il fazzoletto, inizia a sventolarlo con trasporto, partecipando all’euforia collettiva. La donna è Elizabeth Barrett, poetessa inglese, e il marito che le siede accanto è l’altrettanto celebre poeta Robert Browning.
Oggi ricorre l’anniversario del loro matrimonio e anche loro sono entusiasti di fe­steggiare con la popolazione di Firenze la gioia e soddisfazione per l’istituzione della Guardia civica, un corpo militare cittadino che il Granduca Leopoldo II ha costituito per difesa dalle paventate minacce di invasione austriaca.
“Ho udito l’altra sera un bimbo andar cantando
Sotto le finestre di Casa Guidi, presso la chiesa
Oh libertà bella, oh bella! – infilando
Le stesse parole alle note che andava cercando
Così in alto, tu concluderesti che l’alto balzo
Di tal agile uccello al cielo dal ramo doveva
Lasciar l’intera siepe in un verde trambusto
E che il cuore dell’Italia doveva ben battere.
Mentre una tale voce poteva alzarsi schiarita
Tra chiesa e palazzo di una via di Firenze!
Ed era un bimbo piccolo, che da non molto
Era stato trattenuto in piedi dal dito della madre
E tuttavia Oh bella libertà cantava”.
Scriverà Elizabeth ricordando quei momenti. Versi carichi di emotività tratti dal lun­go poema “Le finestre di Casa Guidi” che sposano la causa d’indipendenza italiana in nome di un ben più universale ideale di libertà.
Già, la libertà. Quella per cui lei, reclusa in una camera buia e paralizzata a letto per lunghi anni, non aveva mai smesso di lottare, per cui aveva trovato il coraggio di al­zarsi e fuggire di casa inseguendo il sogno di una vita libera e appassionata.
Giovanissima, a seguito di una caduta da cavallo da cui ne consegue una malattia mai ben individuata, con problemi alla spina dorsale e traumi psicologici, cominciò ad assumere morfina e oppiacei su prescrizione medica. Inizia così l’incubo che la ridurrà in una condizione di paralisi e isolamento nella sua stanza di Wimpole Street, a Londra. Nella pallida penombra delle quattro mura, poche erano le opportunità di ricevere visite, e il veto del padre che aveva proibito il matrimonio a tutti i figli, rap­presentava un ulteriore ostacolo alla possibilità di un’ordinaria vita sociale.
L’unica consolazione e via di evasione era dunque rimasta la sua arte: estremamente sensibile a tematiche sociali come la rivendicazione dei diritti femminili e l’aboli­zione della schiavitù (dal cui sfruttamento nelle piantagioni della Giamaica il padre aveva ricavato enormi ricchezze), Elizabeth iniziò a scrivere e pubblicare poesie che le valsero il plauso di illustri intellettuali dell’epoca come Wordsworth, Coleridge e Edgar Allan Poe. Ma fu il poeta Robert Browning a liberarla dalla prigionia della sua stanza cupa e angosciante. “Amo i suoi versi con tutto il mio cuore, signorina Bar­rett…” è l’esordio della prima lettera, datata 10 gennaio 1845, che Robert Browning spedisce a Elizabeth Barrett. Un amore dapprima platonico, una fiamma tenuta viva da un fitto scambio epistolare.

(Visited 270 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua