di Alessandra Mastroleo

Quattro mesi dopo avviene il primo incontro, non senza qualche timida renitenza da parte di lei: “Non so perché, ma fu del tutto impossibile per me rifiutare di ri­ceverlo, tuttavia acconsentii contro la mia volontà…”. Tuttavia, vinta dal trasporto appassionato di lui e dalla miccia della passione ormai accesa, accettò di sposarlo, trasgredendo la volontà dell’austero padre che in seguito la ripudiò. Una settimana dopo le nozze segrete nella chiesa di Marylebone, a pochi passi da Wimpole Street, i due fuggono alla volta dell’Italia, accompagnati dalla cameriera Lily Wilson e dal fedele spaniel Flush.
Arrivano a Firenze nell’aprile 1847, dopo aver fatto tappa dapprima a Parigi e poi a Pisa. Si inaugura così il forte, appassionato legame con la città che non abbandonerà più: “… ma qui siamo a Firenze, la più bella delle città concepite dall’uomo….”, “Fi­renze è bella, come ho detto prima, e devo ribadirlo ancora e ancora, bellissima…”, “le parole di un uomo o un poeta potrebbero facilmente fallire nel descriverla. La più bella delle città, con l’Arno dorato scagliato nel suo petto come una freccia…”.
Dal suo epistolario si percepisce la profonda seduzione che la città esercita sulla po­etessa: l’Arno diviene una freccia cristallina, Firenze un occhio scintillante il cui fa­scino incanta e non lascia possibilità di fuga. Dapprima l’incanto suscitato dall’arte (ammirando il Duomo dice: “osservando la cattedrale di Pisa diciamo “Che bellez­za!” – qui non diciamo niente… è già tanto se riusciamo a respirare…”), poi i piccoli momenti di vita quotidiana: le escursioni primaverili in carrozza nel parco delle Ca­scine, rinfrescati dall’ombra degli alberi che “estendono i loro intrecci di viva vege­tazione”, gli itinerari tortuosi nel centro della città, passando sotto la finestra dove Bianca Cappello vide passare il duca Francesco I de’ Medici e nei pressi del sasso dove Dante era solito fermarsi a riposare. E poi la tranquillità delle dolci colline di oliveti, il melodioso canto degli usignoli, i divini tramonti sull’Arno che sotto i ponti “si trasforma in oro puro”.
Della città gusta appieno ogni sensazione e filtra tutto con la sua acuta sensibilità, ma non manca di annotare, con un pizzico di ironia, piaghe di curiosa attualità: “un’apo­calisse” di zanzare, che teme più dei terribili invasori austriaci, e il caldo asfissiante, per cui ogni estate fugge cercando riparo nella campagna senese o sui colli lucchesi.
Se dapprima si ferma ad ammirare estasiata la città – insetti e arsura permettendo –, a poco a poco diviene sempre più parte di essa: “la mia Firenze”, “la nostra Ita­lia” sono espressioni che ricorrono con progressiva frequenza e che rappresentano la viva partecipazione ai sentimenti libertari infiammati dall’inasprirsi della situazione politica. “Amo Firenze così tanto! Quando Penini dice «Sono italiano, voglio essere italiano!», io concordo esattamente con lui”, scrive in una lettera alla signora Martin. E poi: “C’è una certa tendenza in me di voltarmi verso il mio Penini e dire «Sono italiana». Di sicuro luce e amore in me sono più forti a Firenze rispetto ad ogni altro luogo…”.
Dai versi di Casa Guidi Windows fino all’ultima opera, Poems Before Congress (1860), in ogni suo scritto trabocca un entusiasmo politico “in nome della Libertà, che io amo, e della Democrazia, che io onoro”.
La fiducia nella possibilità di cambiamento non viene mai meno: accoglie con spe­ranza l’elezione del nuovo papa, Pio IX, il quale sembra aprirsi alle richieste liberali con la concessione di una costituzione e dell’amnistia per reati politici, partecipa dal­la finestra del suo palazzo all’esultanza del popolo fiorentino per l’istituzione della guardia civica, nutre una costante fede nell’onestà e nell’integrità di Napoleone III, chiamato a sostenere la causa nazionale contro la minaccia austriaca, tanto da appen­dere sul balcone la bandiera francese a fianco di quella italiana.
Una poesia impegnata che non deve far però dimenticare i sonetti con i quali Eliza­beth ha lasciato profonde tracce nella storia della poesia femminile e che tuttora la rendono maggiormente nota. Il titolo della raccolta, Sonnets from the Portuguese, ri­chiama l’affettuoso soprannome che il marito Robert, destinatario di tutte le liriche, aveva assegnato all’amante, “la mia piccola portoghese” appunto, per i tratti del suo viso e il colore del suo incarnato. Versi scritti quando ancora Elizabeth era prigionie­ra della sua tetra stanza londinese e “sola, […] contavo le mie catene, anello per anel­lo”. L’ardore delle parole e dei gesti di lui restituiscono la voce a una vita (ma non una penna!) resa afona dalla lunga solitudine, soffocata dai timori a cui la vita da reclusa l’hanno abituata: “Se lascio tutto per te, sarai tutto per me?”. Ombre di mostruose paure che cercano affamato conforto nell’atemporalità dei sentimenti:
“Se devi amarmi, per null’altro sia
se non che per amore; non dire mai:
“L’amo per il sorriso, per lo sguardo,
la gentilezza del parlare, […]
son tutte cose che posson mutare,
Amato, in sé o per te, […]
Ma solo per amore
amami – e sempre, per l’eternità”
Tracce della presenza di Elizabeth sono ancora visibili passeggiando per Firenze. Sot­to il balcone da cui si affacciò per salutare la folla festante, in Via Maggio, si trova oggi una targa che ne commemora la memoria e lì è ancora possibile visitare un piano di Casa Guidi, dove i Brownings trascorsero gli anni fiorentini. Le spoglie mortali di Elizabeth invece riposano nel Cimitero degli Inglesi, nel piazzale Donatello, il cui recinto di cipressi ne incastona un luogo di grande suggestione romantica.

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