Vorrei chiudere gli occhi adesso, stordire per un attimo i sensi, e tornare da te, Casa. Vivere lontano è una tortura, lo è, lo è per così tanti motivi, così tante piccole, stanche delusioni, che è impossibile elencarle, triste descriverle.
Manchi: manca il profumo fresco di vita che emani nelle prime giornate calde di aprile. Manca la birretta fresca che stappi dopolavoro quando la luce è più calda, quell’arancione denso che quasi riscalda più gli occhi che la pelle.
Manchi perché è impossibile vivere altrimenti, lo è ormai. Quanto si può resistere sopravvivendo lontano da ciò che si ama, ciò a cui si tiene, ciò per cui si vive, realmente si vive?
Vivere negando il profumo del caffè al bar, il sapore di un prosciutto stagionato, la vista di un’opera rinascimentale… sono piccoli gesti forse, atti di grazia che nella quotidianità risultano scontati, di routine, eppure nella loro assenza, nella ripetuta interruzione, si rivelano nella loro pura luce, quella di una perfetta armonia, un ordine, una necessità. Una necessità, ecco.
Manchi perché senza i tuoi gesti, senza i tuoi tramonti, senza i tuoi sorrisi, il resto sembra una copia stanca, smorta, delusa. Manchi perché tutto risulta stanco, smorto e deluso, e mentre tutto il resto, tutto il resto che circonda, non è che la copia, il riflesso, l’ombra, di altre realtà stanche, smorte e deluse.
Non sei perfetta, tuttavia sei Casa: si vive una vita intera per comprendere il proprio respiro, comprendere il suo ritmo, ascoltare il battito del nostro cuore ed imparare a rispettarlo; io ho speso cinque anni viaggiando per capire la mia Casa, comprendere il senso delle tue strade a volte piovose, a volte bollenti, a volte deliranti di vita, altre vuote e minacciose.
Come la mia mente, come il mio corpo che va vissuto alimentando l’energia, i difetti, gli equilibri, così tu, tra le carezze nell’armonia, tra i veli della perfezione.
Manchi, sopratutto vivendo lontano da Te per una necessità, per una ambizione, per un desiderio: vivere lontano dal posto dove siamo cresciuti, siamo stati formati, vivere lontano per provare qualcosa di nuovo, qualcosa di originale, qualcosa di unico… negando al contempo mille alte alternative, centinaia di altri piacere, altri sogni, altri ricordi.
Ma cosa manca realmente? Te, le tue vie e le tue piazze, o l’energia che il tuo ricordo suscita in me? Cosa si perde dopo mesi di distanza, il tuo ricordo o la tua aurea?
Quando maggiormente ci manca una cosa, il riottenerla ci rende felici o nella realtà rimaniamo soltanto delusi, appagati, disinteressati?
Forse non c’è risposta: bisogna ridare forza ai sogni, sì, perché se mancanza dà vita ad ispirazione, dà vita alla creatività, è destinata a morire, assopirsi, come l’energia stessa che ha creato.
Dunque tornare prima che sia troppo tardi, anche se questa energia non è reale, anche se tutto questo è stato idealizzato, se ogni tramonto, ogni ponte, ogni scorcio, ogni affetto, sia solo parte della mente, la mente deve affrontare la prova… tornare, perché tornare in fondo è come rivivere. E’ solo rivivendo che possiamo ammettere, accettare, confermare, di aver mai vissuto.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.