Ho conosciuto Tamara Rosalia Gurwik-Górska a un rinfresco in quel di Parigi intorno all’anno 1920/1927, in occasione della sua prima mostra assoluta. Non ricordo con precisione l’anno, ricordo solo che Tamara era una pittrice piuttosto interessante. Forse una fra le più interessanti esponenti dell’Art Déco che portasse un nome come il suo.
Scampata miracolosamente nel 1918 da una grave insonnia 1 fuggendo dalla terra sovietica (perché lo sapete vero? La rivoluzione… Russa!), Tamara si rivelò una donna molto particolare, una tipica bellezza dell’epoca, di origini polacche; ma non indossava mai polacchini bensì stivali da aviatore un paio di misure sopra, il che le dava un’andatura alquanto riconoscibile sugli sconnessi selciati della città che vide ghigliottine e brioche contendersi per un’incollatura, il privilegio di entrare nella storia.
Ma Tamara era donna decisa e dominante, determinata ed esigente! Altro che brioche! Alle critiche lei ci metteva una croissant sopra!
In effetti la sua pittura era scandalosa e sensuale, le sue donne erano ricche, belle, eleganti, seducenti ma irraggiungibili con WhatsApp.
Dopo che la matrice conica aveva presentato problemi di riconoscibilità dei soggetti, ella aveva scelto un’anatomia dei corpi sfigurata da linee curve di matrice cubista. E nelle sue rappresentazioni fredde, teatrali e raffinate, ella denunciava l’imminente tragedia della guerra e dell’incontro con l’insistente quanto fallimentare approccio di un certo Gabriele D’annunzio, che volle farsene (di lei) in tutti i modi, tranne (farsene) una ragione per il suo ascellare rifiuto.
Mi raccontò tutto questo, nei pochi minuti che ebbi di quiete, prima che le venisse la malaugurata idea di farsi un autoritratto sulla sua Bugatti verde, usando me come modello!
Io cercai inutilmente di declinare l’offerta rinunciando all’onore, anche perché non mi andava ti travestirmi da donna ma lei, che poi scoprii ch’era conosciuta più come Tamara de Lempicka che come Jessica Rabbit, non andò troppo per il sottile abituata com’era a dominare uomini e donne, e mi colpì sul mio occhio preferito con una mazza da baseball o un prosciutto di Parma, non ricordo bene.
Accettai dunque di malavoglia, di posare per lei ma alla prima occasione, mentre si puliva l’orecchio destro con un pennello di martora, io premetti sull’acceleratore e andai a infrangermi con la Bugatti contro un enorme albero cresciuto improvvisamente in mezzo alla carreggiata!
Quando Tamara, chiamata ironicamente dai suoi detrattori T’amara (o T’ammazza) la dolce, stava per raggiungermi roteando un’incudine sopra la testa, io riuscii a infilarmi in un wormhole salvandomi per un pelo la pelle e la faccia.
So che poi morì nel sonno il 18 marzo del 1980.
Ma io non c’entro niente eh? Le avevo solo sfasciato l’auto!
Il resto è leggenda.

Note:
1Si fa qui riferimento alla caduta dello Zar di tutte le Russie, avvenuta in seguito alla presa di coscienza che ebbe la sua origine nelle classi più povere, quando queste ultime scoprirono che lo Tzar e lo Czar erano la stessa persona. La consapevolezza di ciò fece sì che il popolo perdesse istantaneamente la propria innocenza, cosa che lo fece andare su tutte le russie… pardon: furie!

 

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.