David Byrne, in una intervista pubblicata sulla rivista The Believer, parlando di evoluzione, sostiene che gli alberi non riuscirebbero a stare dritti se non fossero colpiti continuamente dal vento, è l’essere scossi e messi alla prova continuamente che rafforza le loro fibre e li fa diventare veri alberi, afferma l’autore dei Diari della bicicletta.

Forse anche per noi è lo stesso, si pedala meglio in discesa ma è la salita che ci fa superare e migliorare i nostri limiti.

E a volte anche i film possono essere ostacoli dolorosi, salite su cui arrampicarsi o vento che ci colpisce dove fa più male.
The burning plain è uno di questi film.
Un film complicato, quasi al rovescio, come molti film di Guillermo Arriaga, una storia che parte da un evento, tragico e che si riavvolge scena dopo scena su se stessa arrotolando dentro di sé il dolore e la solitudine dei personaggi. Ma anche dei suoi spettatori.
The burning plain è un po’ il senso di colpa più grande che ognuno porta dentro di sé e che prende vita e diventa sceneggiatura, interpretazione, cellulosa, montaggio, fotografia e promozione. E’ il vostro rimorso, quello peggiore, quello che non avete mai detto a nessuno perché anche semplicemente accennarlo avrebbe completamente cambiato l’opinione degli altri su di voi ma che vi ha tenuto sveglio di notte, che vi ha fatto abbassare lo sguardo e diventare silenziosi durante una festa tra amici, che ha colorato la vostra pelle e il vostro sguardo di tristezza.
E non serve a renderlo migliore nemmeno il fatto che a interpretarlo sia Charlize Theron, nell’interpretazione migliore della sua carriera, una Charlize Theron che evapora dentro i suoi vestiti, nel suo essere senza colore, con gli occhi vuoti ma lo sguardo pieno di tutte quelle cose che non avrebbe mai voluto vedere. Una donna bellissima che non recita un personaggio ma dà vita al dolore e lo fa diventare silenzio, nudità, smorfia, solitudine, ma anche poesia e narrazione. E in questo la mano di Arriaga aiuta fermando la macchina da presa un attimo prima di arrivare al melodramma e al patetico, cosi come in 21 grammi e Babel sono i dettagli, gli sguardi, le situazioni stesse ad essere storia.
Senza bisogno di calcare la mano, di insistere rigirando la telecamera nella piaga.
Perchè per Arriaga il dolore è già poesia.

Il film purtroppo non è in nessuna sala di Firenze, ma ci dovrebbe essere, ogni sera, per colpirci come vento e aiutarci a diventare veri alberi.

(Visited 47 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.