Ad una ventina di metri dall’ingresso del Viper i parcheggi liberi sono (molto) più numerosi di quelli occupati. Preoccupante, soprattutto per gli organizzatori del concerto.

Comprensibile; i Security Project non sono propriamente conosciutissimi, ma alla scarsa affluenza contribuisce anche l’inesistente pubblicità dell’evento e lo scarsissimo preavviso con il quale sono state annunciate le date del tour italiano.

Morale: una cinquantina di spettatori scarsi in una sala in grado di ospitarne diverse centinaia.
Sul palco un gruppo che, filologicamente, andrebbe catalogato come tribute band, essendo il repertorio proveniente prevalentemente dai primi quattro album di Peter Gabriel.
C’è una differenza non da poco con le usuali tribute/cover band, però: la provenienza dei musicisti.
Alla batteria c’è Jerry Marotta, costante presenza nei primi album e nei primi tour di Gabriel.
Alla chitarra warr un vero e proprio gigante: Trey Gunn, già collaboratore di Robert Fripp e David Sylvian.
Alla chitarra “tradizionale” e alle tastiere rispettivamente Michael Cozzi e David Jameson, dotati musicisti, anche se meno blasonati dei due illustri colleghi.
Alla voce Brian Cummins, proveniente dal mondo delle cover band e, in definitiva, il più improbabile del gruppo.
In più una “oscura presenza”, quella del tastierista storico dei primi album, di Gabriel: Larry Fast, che pur non essendo fisicamente presente, ha contribuito alle sonorità degli strumenti, agli arrangiamenti e alla registrazione delle basi che sono state utilizzate nel concerto.
Musicisti eccellenti, ma cantante con qualche limite: molto impegno, tanta passione, ma la sua voce non è all’altezza del compito (arduo, sia chiaro) di riproporre i brani del Maestro, sia per intonazione, che per estensione e potenza.

Il concerto si è articolato in due parti, strutturalmente molto simili: brani scelti dai primi quattro album, con alcune chicche che lo stesso Gabriel non esegue dal vivo da decenni, fatalmente molto apprezzate dal pubblico. Qualche (graditissima) incursione nel periodo genesiano, con tre brani da The Lamb, e un’unica concessione a So.
Alcune trovate simpatiche, come quella relativa al momento clou su Lay Your Hands On Me, durante la quale Gabriel (che all’epoca poteva permetterselo) faceva lo stage diving, tuffandosi sul pubblico delle prime file e durante la quale, ieri sera, Brian Cummins, impossibilitato allo stage diving sia dalla mancanza di pubblico su cui tuffarsi, sia da un fisico non propriamente adeguato allo scopo, ha optato per un goliardico scambio di “cinque”, distribuendo manate a tutto (!) il pubblico, barista compresa.
Ciò che ha stupito ed esaltato i pochi presenti, però, sono stati gli arrangiamenti, ai quali ha contribuito in maniera determinante il talento e la classe di Trey Gunn, che ha saputo aggiungere ai brani una nota personale che ha reso diverso questo concerto da tutti quelli delle altre tribute band.
L’apice è stato raggiunto su Here Comes The Flood, dove Gunn ha destrutturato e personalizzato la melodia iniziale del brano, con un gusto ed un estro che sarebbe bello che il Maestro abbia occasione un giorno di ascoltare.
L’arrangiamento proposto ieri con la voce di Gabriel darebbe vita ad una versione di Here Comes The Flood da scrivere negli annali.

Un concerto inaspettatamente “serio”, a tratti memorabile, con il plus di quattro chiacchiere con i musicisti nell’after show.
Certo, quest’ultimo aspetto avrebbe avuto ben altro peso se fosse stato un concerto di Shakira, ma non si può avere tutto dalla vita.

2015-02-17-21
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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.