Chiunque ha detto la sua, chiunque si è preparato meticolosamente, in quella che viene definita “la settimana santa”: la settimana di passione prima di Fiorentina-Juventus. Fiumi di inchiostro si sono sprecati prima e dopo la sfida. E nell’attesa di quella che è La Partita dell’anno, ognuno ha condito la vigilia con i propri ricordi, sottolineando quale fosse il precedente che più gli è rimasto dentro. Che più lo ha segnato. E tastiere roventi hanno cominciato a ricordare il 20 ottobre 2013: il 4-2. Ed il 3-0 del 1998. E l’inzuccata di Batistuta, nell’1-0 dell’anno successivo.

Stronzate.

Volete sapere qual è il Fiorentina-Juventus che mi ha segnato la vita? La partita che non solo mai dimenticherò, ma che mi ha anche plasmato mentalmente? Sì, lo so: non è un Fiorentina-Juve, ma si giocò a Torino. E non è quell’epico 2-3 timbrato Papa Waigo. Con il tuffo di testa di Osvaldo, la trasferta in 500, la corsa sotto il curvino al termine di un’epica impresa.

Era il 4 dicembre 1994 ed il Delle Alpi non aveva mai visto una cosa del genere: i Viola avanti 2-0. Fuori casa. Ed invece di spazzare, cominciammo anche a provare dei colpi di tacco in difesa. Così, giusto per rimarcare la superiorità.

Si seguivano gli aggiornamenti sul televideo o a Quelli che il calcio. Era un freddo cane quella domenica pomeriggio: e sul letto dei miei genitori, davanti alla televisione, ricordo che provai qualsiasi gesto scaramantico per mantenere quel risultato. Perché avevo dieci anni, ma cavolo se provavo già dell’odio per quelle strisce verticali bianche e nere. E quando Idris cominciò ad urlare, perché Del Piero aveva appena fatto un gol che sarebbe – volenti o nolenti – entrato nella storia del calcio, mi crollò il mondo addosso. Del Piero aveva completato la rimonta juventina, siglando il 3-2 con un tocco al volo d’esterno su cross da centrocampo.

Non erano serviti a niente i miei gesti, le mie ritualità. Ogni mossa scaramantica era risultata vana. E per quanto potessi desiderare quella vittoria, per quanto non avessi mai bramato altro così tanto in vita mia, fu tremendo toccare il cielo con un dito e poi sprofondare sotto tre reti.

Ricordo che non piansi, perché era un dolore troppo forte anche per delle lacrime. E non parlai con nessuno in casa, fino a cena.

Quella partita, quella è stata il Fiorentina-Juventus o lo Juventus-Fiorentina che ha segnato la mia vita: perché lì, su quell’esultanza sguaiata e irritante di Idris, lì ho capito che il calcio è una merda. Il calcio è serpente. Il calcio è maledizione. E più ci rifletto e più spero che arrivi un giorno in cui dirò: sì, il calcio è bastardo. Ma almeno oggi i Campioni siamo noi.

Mi arrovello, credo di aver capito le regole del gioco ed invece continuo a cascarci. Forse perché, dopo venti anni, ancora non ho digerito quella sconfitta.

fiorentinajuve

 

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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