Sicuramente avete letto da qualche parte che scrivere di musica è come ballare di architettura. Allora perché scriverne? Forse perché come ha detto Michael Stipe dopo essere uscito da un concerto, certe canzoni ti fanno venire voglia di prendere la gente per i capelli e costringerla ad ascoltarle da quanto sono belle o ti fanno emozionare. E probabilmente non potendo accapigliarsi con il primo che passa, uno finisce a scrivere di musica, o almeno a provarci.

Siamo isole in tanti aspetti della nostra vita, ma mai tanto quanto lo siamo con un paio di cuffie alle orecchie. Vi sarà successo mille volte di cercare di spiegare a qualcuno quanto un film o una canzone significassero per voi, per poi accorgersi che le parole non servivano a un granché, che non bastavano e subito dopo sentirsi a disagio per non esserci riusciti. Non sarebbe tutto più facile se potessimo prendere qualcuno per i capelli e dirgli: “ascolta, ti farà bene”.

Ogni volta che vedo e ascolto Glen Hansard fare Astral Weeks di Van Morrison la sensazione è la stessa. Mi chiedo perché tutti voi non abbiate le cuffie e non vi stiate emozionando come me. Vorrei tirarvi per i vostri capelli, farvi del male se necessario, solo un po’, ma costringervi a guardarlo. Sono solo 3 minuti. 3 minuti e 3 accordi rifatti all’infinito su una chitarra mezza rotta. Ma quante volte vi siete sentiti come si sente lui verso la fine della canzone? Quante volte avete preso qualcosa che non era vostro e lo avete fatto vostro perché sapevate che era giusto così? Quante volte la vita vi è uscita dappertutto ed è diventata un urlo, una canzone o qualcosa di così potente? Quante volte vi siete lasciati possedere dalla rabbia e dalla dolcezza in mezzo agli altri, o avete sfasciato qualcosa per affermare che voi siete esattamente la persona che siete. Distruggere per rinascere, distruggere e rinascere, distruggere e rinascere, in un altro luogo o in un altro mondo, o dentro una canzone. E se questa rubrica fosse un oroscopo di Rob Brezney vi direi di trovare la vostra Astral Weeks, di trovare qualcosa nella vita in cui mettere tutti voi stessi, senza la paura di non essere esattamente composti o di essere scambiati per pazzi. Di prendere metaforicamente la vostra chitarra bucata e lasciarvi possedere dalla rabbia e dalla dolcezza come Glen Hansard. Ma questa rubrica non è un oroscopo e non è una canzone, e io non posso prendervi per i capelli. Ma lo vorrei fare, cazzo se lo vorrei fare.


 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.