Sempre più spesso sento dire in giro che di TripAdvisor non ci si può più fidare. Dissento vigorosamente. Anzi, trovo bellissimo fare il turista per Firenze usando questo strumento per fare scoperte che da nativo fiorentino non avrei mai fatto, guardando con occhio da viaggiatore i luoghi in cui sono cresciuto. In questo, TripAdvisor è inarrivabile.
È verissimo, purtroppo, che più passa il tempo più l’affidabilità di questo splendido strumento è viziata da due fattori contrapposti: le finte recensioni commissionate dai locali e quelle, altrettanto finte ma negative, della concorrenza. Ma niente paura: non è così difficile distinguere, come si suol dire, il grano dal loglio. Come ho fatto? Semplice: è bastato far ubriacare sei o sette operatori del settore per farmi rivelare alcuni dei loro sporchi trucchi. Che naturalmente procedo a svelare a voi, adorato pubblico. A puntate, però. Sennò non c’è gusto.

La relatività delle pallette

Questa è facile: se un ristorante ha quattro pallette su cinque, parrebbe una garanzia di qualità. Ma se queste pallette sono il risultato di una media di dieci recensioni, il risultato è una recensione del tutto inaffidabile.
Avanti con la prossima…

Entriamo nel merito

Il linguaggio è fondamentale. Un esempio classico: “entriamo e subito Carlo, il cordialissimo gestore, che ha ereditato la trattoria da suo nonno,  ci accoglie…”. Non voglio essere cattivo, ma mi fa pensare che il recensore sia, come minimo, un po’ troppo in confidenza col gestore per essere equilibrato.
“Piatti sporchi, cibo surgelato, uno schifo, non ci andate”. Non mi convince. Non spiega. Il cliente deluso spara una paginata di critiche, di solito. Una solo riga a stroncare mi sa di “flame” della concorrenza.

Attenti all’enfasi!

“Il miglior pasto della mia vita!”. Sì, certo, come no. Dillo a un altro.
“Il miglior ristorante etnico d’Europa!”. A Calenzano? Ma che siamo proprio sicuri?
“Il petto d’anatra con mirtilli e ginepro (descrizione pari pari presa dal menu, visto che a mangiare lì il bastardo nemmeno ci è mai andato…) si scioglie in bocca come burro, più che un piatto è un’esperienza sensoriale completa” (e bastaaaa….)
E il lieto fine, poi! “Il conto è incredibilmente modesto per la qualità sublime di quello che abbiamo mangiato: solo 60 euro a testa. Del resto, per una serata perfetta è il minimo!”
Ma stiamo scherzando?

E con questo, si conclude il primo capitolo del TripTutorial… Appuntamento alla prossima settimana, stesso posto, stessa ora.

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Michele Mingrone

Nato a Firenze con radici sparse tra Slovenia e Calabria, scribacchino sia su commissione che per losca e privata gioia, indefesso strimpellatore di chitarre e xilofoni, web content editor e grafico freelance. Ma, soprattutto, avido navigatore del nulla, cui dedica le sue energie con indefessa passione.