Tutti a tavola!

Voglio riempire i mie piatti di matite, i miei calici di pastelli a cera, per onorare la libertà di espressione cosi martoriata.
Vorrei colmare la mia tavola delle prelibatezze più raffinate, riempire i calici dei vini più pregiati e invitare alla mia mensa persone di diverso colore, genere e religione, per parlare di pace.
Ma farei la cosa giusta?
Un proverbio recita “a tavola non s’ invecchia”. Condividere il cibo con l’ospite è sempre stato uno dei fondamenti della nostra tradizione, e non solo.
Ma il problema si pone, nel momento in cui dobbiamo confrontarci con abitudini, credi religiosi, atteggiamenti diversi, nei confronti del cibo. Mi riferisco ai vegetariani, ai vegani, a coloro che considerano la carne di maiale e l’alcol cibi “impuri”, a chi, viceversa, si ciba di cavallette o cani, perché è naturale così. Ma questa non è l’unica cosa che ci divide. Guardiamo per esempio il modo di mangiare, abbiamo chi utilizza posate, chi utilizza bacchette e chi, semplicemente, le mani; chi consuma il pasto a tavola, chi stando seduto per terra e chi su bassi tavolini.
La domanda rimane: farei una cosa giusta a invitare “tutti” alla mia mensa?
La risposta è scontata: si, farei la cosa giusta. Però, invece di imbandirla con le mie prelibatezze, inviterei i commensali a preparare il loro piatto preferito, insieme alle loro bevande. E a condividerlo. La vera espressione di libertà sarebbe non tanto mangiare un cibo che non fa parte della mia cultura e tradizioni, ma soprattutto accettare che tutti possano mangiare il cibo che preferiscono alla mia stessa mensa. Semplicemente mangiare insieme.
P.S. Mentre scrivevo questo post un altro terrorista prendeva in ostaggio 16 persone, in un supermercato kosher (Kasherùt (in ebraico: כַּשְׁרוּת?, letteralmente adeguatezza). L’idoneità di un cibo ad essere consumato dal popolo ebraico.

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