“Viola o arancione?” “Cosa?” “Il caffè, lo preferisci viola o arancione?” “…”
Pensavo di essere preparata a tutti i tipi di domande sull’argomento: macchiato, tazza grande o piccola, vetro o non vetro, zucchero bianco o di canna…  Le variazioni sul tema tazzina-caffè-zucchero mi hanno sempre disturbata, ho digerito da poco novità come il caffè al ginseng, e ora arriva la scelta cromatica. A quanto pare puoi scegliere l’intensità dell’aroma a seconda del colore della capsula nella macchinetta. No, a questo non ero preparata, e quello che più mi ha stupita non è stata la domanda in sé, ma il fatto che le persone accanto a me sapessero rispondere.
Lo prendiamo tutti il caffè, da nord a sud, dallo studente al commercialista, dalla casalinga al pensionato, da Rifredi a Campo di Marte, dall’operaio al tassista… Tutti almeno una volta al giorno mettiamo una moka sul fuoco, accendiamo una macchinetta, o andiamo al bar. Da piccoli era un po’ come le scarpe della mamma, il rossetto o la macchina. Io requisivo sempre il caffè del babbo, ci mettevo lo zucchero, lo giravo e poi glielo rendevo, e per me era come partecipare a quel rituale, come se lo avessi preso anche io un caffè. Piace a tutti, è uguale per tutti, è di tutti. Mi chiedo solo, che bisogno c’è di trasformare un gesto così quotidiano e popolare in un prodotto di lusso? Perché mettersi in fila in una specie di boutique per acquistare delle capsule colorate?
A fare i nostalgici si corre il rischio di diventare conservatori e rancorosi, ma mi viene spontaneo sentire la mancanza delle chitarre in vetrina in via Brunelleschi.
Però mi sento meglio mentre con 40 centesimi prendo un caffè alla macchinetta di piazza Savonarola, dopo la lezione su Palazzeschi, e devo scegliere solo quanto zucchero metterci. Oltretutto dopo 5 anni di liceo e altrettanti di università sono finalmente scesa da tre a due pallini, la considero una piccola conquista.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.