Ordinare un caffè a Londra non è mai stato così facile. Capita sempre più spesso che al tuo sguardo di spocchia da “si, e questo tu lo chiami caffè?” ti risponda un ragazzo italiano con uno sguardo altrettanto eloquente del tipo “io ho rinunciato all’espresso, ma conosci altre città dove si può andare a teatro il mercoledì pomeriggio?”, e qualcosa fa pensare che abbia vinto lui. Sono stata a Londra giorni fa, per la quinta volta (ognuno ha le proprie debolezze) e prima di partire mi sono venute in mente alcune persone che avrei potuto cercare là. Sono sempre di più i ragazzi intorno ai 20 anni che decidono di andare all’estero dopo, prima o al posto dell’università. C’è chi torna, ma c’è anche chi resta e chi parte con l’idea di non tornare. Non sto parlando della famigerata fuga di
cervelli, ma di ragazzi che vanno a fare lavoretti qualunque che potrebbero fare anche qui.

Fabio, dopo essersi laureato in storia ha deciso di andare a Londra, un anno fa. Come se avesse saputo che con la sua laurea sarebbe andato poco lontano, come se l’avesse presa solo per soddisfazione, senza sperare di riuscire ad usarla per costruirsi un futuro. Non è tornato, vive ancora lì, si mantiene facendo il cameriere in periferia, e non sembra avere nessuna intenzione di comprare un biglietto solo andata per Firenze. Quello che mi colpisce non è che si senta la voglia di fare un’esperienza simile, ma che si arrivi a considerarla come una scelta obbligata, se dall’altra parte si vede la prospettiva di farlo qui, e per sempre, un lavoro che non era nei tuoi piani quando ti sei iscritto all’università. Ci si può costruire una vita piena e soddisfacente anche senza il lavoro dei propri sogni, o si può anche non averlo un lavoro dei sogni, ma poter scegliere solo di vivere in una città meno che in un’altra può bastarci? E se si, per quanto? Studiare, imparare una lingua, viaggiare, cambiare vita, per poi ritrovarsi comunque a fare caffè, solo chiamandoli coffee? Quello che spero è che a me e ai miei coetanei non sia rimasto davvero solo questo.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.