121012_fabrizio_caselli2La sedia a rotelle? Un mezzo di trasporto, non una condanna.
Risponde così Fabrizio Caselli, 48 anni ex vetraio della Rufina, a chi gli chiede cosa voglia dire non avere più l’uso delle gambe.
Ha un soprannome come usa ancora in campagna, “Misce” perché la miscela al motorino lui, da ragazzo, se la faceva per conto suo.
Nel 2012 su di lui i fratelli Focardi hanno girato un film documentario (Fabrizio Misce Caselli. Un atleta, un eroe, un uomo). Rimasero basiti quando disse, accettando di esserne protagonista: “Sai che noia se non mi succedeva l’incidente, sarei ancora a fare il vetraio…”.
Ha raccontato così a La Gazzetta dello Sport il dramma che ha vissuto nel 2000: “La mia disabilità è arrivata nel 2000, in seguito a un incidente durante un’apnea. Più che altro un errore nella risalita, ero a 60 metri di profondità e ho saltato una fase della decompressione. Sinceramente non pensavo che sarei rimasto in carrozzina. Quando sono arrivato in ospedale, sono entrato nella camera iperbarica con le mie gambe. All’uscita, però, la scoperta che non si muovevano più”.
La sua nuova vita è iniziata quel giorno.
Lo scrive Oliver Sachs negli stupendi racconti dei casi clinici incontrati lungo la sua  carriera di neurologo: l’handicap, anche l’handicap grave, ti leva molto, ma molto può darti, di nuovo, di sconosciuto, altri mondi e possibilità, che mai avresti conosciuto senza aver perso la tua normalità. Misce ne è un esempio e di molti altri, da Alex Zanardi a Bebe Vio, abbiamo letto nei giorni delle Paraolimpiadi.
Anche Misce era a Rio, 4° classificato nella finale B di canottaggio.  Dopo aver vinto maratone e aver vestito la maglia rosa al Giro d’Italia con l’handbike (il suo primo amore), Rio è stato il  premio alla sua assoluta dedizione allo sport, alla fatica, alla sfida. Una droga buona, ha definito così lo sport Alex Zanardi.
Eroe? Non si ritiene tale, Misce. Solo un uomo, che ama lo sport e la sua famiglia.
Eppure a noi “normali”, sprofondati nei divani, eroi ci sembrano davvero questi atleti paraolimpici, non è così? Para in greco è suffisso che significa affine, ma anche oltre.
Alex, Bebe, Misce … se non sono oltre loro, chi lo è?

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Bruno Confortini

Avrei voluto essere Einstein o Maradona (soprattutto Maradona), ma non è andata così. Giornalista pubblicista, scrittore di storia locale, biografie sportive, racconti, poesie e haiku, vivo in Mugello, lavoro a Firenze.

Scheda bibliografica

Libri di storia:

Ha curato(con Francesco Nocentini) la ristampa di “Comunista non professionale”,Comune di Firenze, 2005; “Da San Frediano a Mauthausen” ,Comune di Firenze, 2007; Ha collaborato al volume di AAVV “Monte Giovi. Se son rose fioriranno”, Polistampa, 2012.

Libri di sport:

“Club Ciclo Appenninico 1907. Il lungo diario di una secolare storia sportiva”, Tip. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2007 (in collaborazione con Aldo Giovannini); “Grande Vigna! Sandro Vignini, il ragazzo e il calciatore”, Pugliese Editore, Firenze, 2009; “L’angelo biondo di Vicchio. Guido Boni, una storia degli anni ’50”, Geo Edizioni, Empoli, 2014; “Scommetto di no” (raccolta di racconti) Meligrana Editore, 2016; “ Mugello e Val di Sieve in rosa”, Geo Edizioni, Empoli, 2017.