In tutte le scuole d’Italia lunedì 16 novembre è stato osservato un minuto di silenzio per commemorare le vittime di Parigi. In un istituto tecnico di Varese sei studenti si sono alzati e sono usciti dall’aula, per rientrare solo dopo che il minuto di silenzio era trascorso.

Questi i fatti, come ci sono stati riportati dagli organi di informazione.

Nei giorni successivi, comprensibilmente, si sono scatenate polemiche a ogni livello, dai mass media (Porta a Porta ci ha sguazzato abbondantemente) ai social network (con la consueta abbondanza di commenti non propriamente politically correct). La portata del gesto è notevole, come sottolinea anche il fatto che è stato oggetto di discussione in prefettura, in sede di comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, e di indagini, essendo stato presentato un esposto a Polizia Locale, Digos e Carabinieri.

Conoscendo l’ISISS (nomen omen) Daverio di Varese non stupisce che la preside abbia cercato di stemperare i toni, fornendo una chiave di lettura secondo la quale gli studenti avrebbero voluto, con il loro gesto, chiedere un aiuto per capire perché commemorare le vittime di Parigi e non quelle dell’aereo russo abbattuto o di altri episodi di terrorismo.

Speculare sulle motivazioni del gesto è tempo perso, perché all’interno di una scuola in cui avvenga un atto del genere, le successive discussioni con compagni, professori e preside falsano inevitabilmente ciò che viene poi comunicato all’esterno. Esiste la possibilità che le dichiarazioni stesse degli studenti e della preside siano state mediate dalla volontà di proteggere dei minorenni, di gettare acqua sul fuoco delle polemiche, di non alimentare l’intolleranza, che nella profonda provincia lombarda è più viva che altrove, e di cercare di sminuire un gesto di notevole portata.

Su questo, caso mai, si può discutere: se gli studenti avessero compreso o meno la portata del gesto (o, meglio, delle conseguenze) prima di metterlo in atto.

Se non lo avevano capito è doveroso sottolineare che quella che emerge è una grave carenza, oltre che di maturità, anche della loro formazione, perché si evidenzia che non hanno compreso uno degli aspetti sostanziali della comunicazione. In un processo di comunicazione il ricevente deve decodificare il messaggio dell’emittente. La corretta decodifica dipende dal livello di condivisione del codice di comunicazione (in questo caso il comportamento), che a sua volta è influenzato dal contesto, che nel caso specifico ha un peso particolare. Pensare che un simile gesto, dopo fatti di tale enormità, in un clima a dir poco teso, possa essere interpretato come una “richiesta di aiuto per capire” non è poco realistico, è sbagliato dal punto di vista comunicazionale.

L’abbandono di un rito comunitario di tributo alla memoria è, sia fisicamente che moralmente (ideologicamente?), una presa di distanza che sembra sottolineare estraneità al sentire del consesso che si abbandona. Se così fosse, sarebbe la dimostrazione che non se ne condividono ragioni ed espressioni.

Se gli studenti avessero scelto di manifestare un tributo alla memoria delle vittime di altri episodi, per non “discriminarle” rispetto alle vittime degli atti terroristici di Parigi, restando in piedi e facendo un altro minuto di silenzio per ognuno degli episodi che volevano ricordare, avrebbero probabilmente ottenuto il loro scopo in maniera più efficace e meno equivocabile.

Ma siamo sicuri che questo fosse realmente il loro scopo? È legittimo tributare credibilità alla tesi che gli studenti volessero non manifestare estraneità, ma protestare per le “vittime dimenticate”?

Oppure è più realistico pensare che gli studenti sapessero cosa avrebbero ottenuto e che questo fosse il loro scopo?

È doveroso sottolineare che, in ogni caso, il non condividere il tributo alla memoria delle vittime di Parigi non implica necessariamente appoggiare chi ha commesso tali atrocità. Sarebbe un errore dal punto di vista logico, dato che non si sta parlando di un sistema binario (il “chi non è con noi è contro di noi” è, in generale, una solenne fesseria).

Resta però il fatto che il comportamento dei ragazzi, qualunque chiave di lettura si voglia adottare, è stato inaccettabile. Boicottare il minuto di silenzio è stata un’offesa alla memoria delle vittime dell’attentato.

Questo è immorale ed incivile e non c’è motivo ispiratore che possa giustificarlo o immaturità che possa mitigarlo.

Silenzio
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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.