L’Arno ha una flora e soprattutto una fauna molto ricca; i pescatori che costeggiano le rive del fiume lo sanno molto bene. Sabato ho deciso di fare un po’ di off-road in mountain bike, sulle rive del nostro fiume. Lo sterrato del lungarno Soderini con la sua cascata, dove i turisti si appostano per prendere il sole è uno dei luoghi migliori per fare due salti con la bici. L’acqua che fluisce con il riflesso del sole fa sembrare l’Arno d’argento, come cantava Claudio Villa in “Firenze sogna”. Mi lascio la forza della cascata alle spalle e pedalo costeggiandolo la riva; non mi sembra più di essere nella mia città ma nei prati d’Irlanda. Pedalo veloce come il vento che soffia sul mio viso mentre l’erba batte sui pedali; tanto verde che s’interrompe per un secondo dal passaggio di una macchia marrone davanti alla mia ruota anteriore. L’istinto è di tirare il freno; peccato la mano che riceve l’impulso è quella sbagliata. Il freno v-brake anteriore (classico a zoccoletti) compie un ottimo lavoro, inchiodando e facendo alzare la ruota posteriore a 180 gradi. Il mio sedere si stacca dal sellino e con lui le mani dalle manopole, facendomi compiere un volo degno di record olimpico. L’atterraggio, per fortuna è morbido, così mi rialzo mentre la bici poco distante ha ancora la ruota posteriore che gira a vuoto. I pantaloncini e la maglietta bianca sono diventati come un quadro dei Macchiaioli, a chiazze verdi e marroni, mentre il mio ginocchio di un rosso vermiglio. Ripresa piena coscienza dell’accaduto, faccio mente locale e manca al mio appello la macchia marrone, quando a circa tre metri da me vedo spuntare dall’erba dei lunghi baffi. Tira su la testa una nutria di circa settanta centimetri, con gli occhietti piccoli e saggi che mi guarda con l’espressione che sembra voler dire: “Questa è casa mia, che cavolo ci fai qui?!”. In effetti, il roditore non ha tutti i torti, ma la natura e la voglia di viverla attraggono anche l’animale più evoluto: l’uomo. Non faccio in tempo a compiere un passo e la simpatica bestiola, si tuffa in acqua e nuota fermandosi a pochi metri dalla riva. Mi guarda con aria strafottente come se sapesse che non mi sarei mai buttato in acqua, poi gira il suo sedere peloso e si dirige nell’altra sponda del fiume. La tentazione di buttarmi in acqua e farmi un pellicciotto di nutria sfiora la mia mente, ma l’odore potente dell’“Arno d’argento” ferma la mia pazzia omicida. Nuovamente in sella riprendo la mia corsa lasciando le sponde del fiume, risalendo sull’asfalto. Conciato come una scultura d’arte moderna vivente, con ciuffi d’erba che qua e la, pedalo, preda dei flash delle macchine fotografiche delle flotte di giapponesi che non si lasciano scappare tale spettacolo.

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