Una volta pensavo che la cosa peggiore che potesse succedere fosse quella di restare soli. Non è così. La cosa peggiore è finire con le persone che ti fanno sentire solo.

L’ultima volta che ho visto Robin Williams è stato nel Il papà migliore del mondo e diceva la frase qua sopra. Il film è un piccolo capolavoro di Bobcat Goldthwait, forse il regista più politicamente scorretto e anti-americano vivente.
Nell’ultima scena, con l’aria molto invecchiata, Robin Williams corre spogliandosi verso la telecamera sulle note di Under pressure dei Queen, dopo essere rimasto vestito solo di un paio di luminosi calzini celesti, si tuffa nella piscina della scuola e nuota, con il suo pene a mollo. In quei pochi secondi, per la prima volta nel film, il suo personaggio sembra libero e felice.

E’ solo un piccolo film, intendiamoci, ma è la storia di un insegnante che non riesce a farsi accettare dai colleghi, che non riesce a pubblicare un libro, che non riesce ad affascinare i suoi allievi, un insegnante che non riesce ad essere un professor Keating e che alla fine trova l’unica soluzione possibile, correre nudo per i corridoi della scuola e farsi licenziare per smettere di stare in mezzo a quelle persone che lo fanno sentire solo.

Non voglio certo fare della dietrologia e ora è fin troppo facile, e magari il sospetto di suicidio diventerà un semplice pezzo di panino andato di traverso. O almeno io lo spero, perché non è facile pensare che una delle persone che mi ha fatto ridere di più da ragazzino mentre passavamo le mie giornate cucito sul divano, soffrisse al punto di decidere di farla finita. E sembra assurdo, parlando della morte di un attore, dire in qualche modo di soffrirne, ma Robin Williams è stato tutto fuori che un attore. Era i personaggi che interpretava, come hanno scritto gli Obama. Li riempiva di sé, delle sue voci. Era un medico, un venditore di auto, un giocatore di football che non prende la palla decisiva, era Peter Pan. E ogni volta, guardandolo, imparando le battute a memoria di capolavori come Tempi migliori, tra noi e lui scattava un qualcosa che non scattava con gli altri attori. Ed è per questo che oggi lo ricordano quasi tutti, da chi lo ha amato anche in film “difficili” a chi probabilmente lo ricorda solo per essere stato un medico col naso rosso. La sua bravura era nel rendere umani e credibili i suoi personaggi, che fossero alieni o insegnanti non era importante.

E cuciti sui nostri divani, abbiamo ignorato per anni quel piccolo lato oscuro che faceva capolino dietro i suoi personaggi. Al Letterman di qualche anno fa raccontava di essere entrato in un Sexy shop di San Francisco vestito da Mrs Doubtfire per comprare un vibratore a due teste e un set di lubrificanti. In mezzo a film come Flubber o Vita da camper sbucavano Insomnia o One hour photo. Robin Williams era così, dissacrante, su tutto, sulla morte, sui politici, sui suoi personaggi, sulla sua carriera, sul suo alcolismo. Sempre al Letterman raccontava di aver scelto la clinica per curarsi in una zona di vigneti, nel caso avesse cambiato idea. Era bipolare, così c’è scritto in quasi tutte le sue biografie. E lo era anche la sua carriera. Era allo stesso tempo il clochard violento di August Rush e il padre di Mrs Doubtfire, uno capace d’incendiarti la casa o farti mangiare la tappezzeria dalle capre e allo stesso tempo farti ridere. Era Parry, sconvolto e innamorato di una fragile Amanda Plummer in uno dei suoi film più dolorosi, La leggenda del Re Pescatore. Era John Keating ma allo stesso tempo probabilmente si sentiva Lance Clayton del Il papà migliore del mondo, uno capace di inscenare il suicidio del figlio e scriverne un finto diario per cercare di avere successo ed essere finalmente accettato dai suoi colleghi.

Ad ogni modo, chiunque fosse, quale fosse il personaggio che gli somigliasse di più, ho il sospetto che in tanti momenti della sua vita avrebbe semplicemente desiderato nuotare vestito di un paio di luminosi calzini celesti. E a me piace ricordarlo così.

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.