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Foto Bettmann/CORBIS

15 milioni di sconosciuti hanno raggiunto negli ultimi 20 anni il nostro continente; tra il 2000 e il 2010 circa un milione di persone l’anno come flusso migratorio al netto degli espatri. Ma, a dispetto di quanto può sembrare dalle drammatiche vicende degli ultimi tempi, fra il 2010 e il 2015 il flusso si è drasticamente ridotto da 1 milione a circa 400.000 l’anno. Li abbiamo veduti via via passare: muratori, badanti, operai agricoli, minori non accompagnati. Abbiamo scoperto una geografia fuori dagli atlanti. Abbiamo, con questi sconosciuti, risolto molti dei nostri problemi: sociali, economici, di lavoro, o meglio di lavori pesanti e ingrati che noi conosciamo bene e che per loro erano sconosciuti come essi per noi. Sono sconosciuti come lo erano per gli abitanti del Nuovo Mondo i nostri antenati a Ellis Island in quarantena agli inizi del secolo XX, o i nostri meridionali con le facce annerite dal carbone delle miniere del nord Europa. Alcuni oggi li conosciamo: hanno accudito i nostri genitori anziani, hanno raccolto i nostri pomodori, hanno prodotto ricchezza. Anche tensioni, malavita, violenza talvolta: queste cose però, a differenza di loro, erano già conosciute, molto.

C’è una bellissima poesia di Aldo Palazzeschi, Lo sconosciuto  che recita così:

L’hai veduto passare stasera?
L’ho visto.
Lo vedesti ieri sera?
Lo vidi, lo vedo ogni sera.
Ti guarda?
Non guarda da lato,
soltanto egli guarda laggiù
laggiù dove il cielo incomincia
e finisce la terra laggiù
nella riga di luce
che lascia il tramonto.
E dopo il tramonto egli passa.
Solo?
Solo.
Vestito?
Di nero, è sempre vestito di nero.
Ma dove si sosta?
A quale capanna?
A quale palazzo?

A quale palazzo sostano i minori senza accompagnatori? Sono diversi da noi ed è questo il loro difetto per cui debbono essere reietti? Il grande sociologo Zygmunt Baumann in una intervista parla di un cartellone che ha visto a Berlino. C’era scritto: “Il tuo Cristo è un ebreo, la tua macchina è giapponese, la tua democrazia è greca, il tuo caffè è brasiliano, la tua vacanza è turca, i tuoi numeri sono arabi, scrivi nell’alfabeto latino, solo il tuo vicino è straniero”. Dopo la lettura Baumann decide di intitolare una sua conferenza “Non siamo tutti migranti?”. Ebbene, sì siamo in un mondo terribilmente complicato in cui il tessuto delle singole e collettive vicende umane è altamente interconnesso, fortemente promiscuo e ricchissimo di contraddizioni e in tale universo sta crescendo una generazione di immigrati in cui la scelta di espatriare non è atto di volontà, ma costrizione sociale. Una generazione prima nell’esistenza e poi nella società, una condizione umana che porta decine di migliaia di minori ad una non-vita che inventa il vivere strappandolo ora per ora, giorno per giorno. In questo quadro si comprende bene come il tema dei diritti dei minori non accompagnati assuma un rilievo non solo cogente, ma epocale.

Occorre un’educazione permanente per l’affermarsi della ragionevolezza, del pensiero positivo e di un’etica dell’accoglienza che sovverta derive demagogico-populiste improntate all’egoismo e alla sottolineatura del diverso che divide anziché unire.  Bisogna temere la contrarietà a tutto quanto c’è di buono e profondo che ispira la vita. Certo è che per conseguire l’obiettivo di sconfiggere questa contrarietà, la scuola, l’università, la formazione, l’istruzione, i processi educativi possono svolgere un ruolo fantastico di propulsione al buono e profondo che ispira la vita. Scriveva Tagore in My school nel 1916: “Possiamo acquisire potere col sapere, ma la vera ricchezza l’otteniamo con la sensibilità verso i problemi altrui …”.

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