Dal 1998, quando fu bandito il concorso per la progettazione della nuova uscita degli Uffizi, mai si è sopito il dibattito sull’opportunità o meno di realizzare il progetto vincitore, quello dell’architetto giapponese Isozaki. Un paludoso dibattito lungo 15 anni di cui non si vede la fine, oltre ad aver perso di vista pure l’inizio tanto è lontano. Fumo agli irti colli.

Isozaki vince il concorso a inviti promosso dal Ministero dei Beni Culturali e dal Comune di Firenze, e non da Franco e Ciccio, I re delle friggitorie Snc. Poco tempo dopo vengono rinvenuti dei resti archeologici sul sito. Ecco la scusa ufficiale per chiedergli di rivedere il progetto svariate volte, prendendosi un po’ di tempo in più per riflettere, come si dice quando si vuol lasciare qualcuno, ma non si ha il coraggio. Da buon samurai, predisposto psicologicamente al harakiri, Isozaki esegue. E mentre lui continua molteplici, umili inchini alla divina Firenze, chiunque si sente in diritto di poter dire sempre e comunque la sua sulla loggia: chi la vuole, chi non la vuole, chi sostiene che è troppo alta, chi troppo larga… è una rete per materassi, un catafalco, Vasari si rivolterebbe nella tomba… e via dicendo.

Scusate: e la giuria che ha pronunciato ufficialmente il proprio giudizio come espressione, netta, della volontà amministrativa dei due enti pubblici?

Non si tratta di dire se il progetto è bello, ben fatto o se poteva essere migliore. Se c’è stato un vincitore, il progetto deve essere idoneo alla costruzione. È ovvio che ognuno ha la propria opinione ed è un bene che la sviluppi. Ma qui non parliamo di architettura, né di bellezza. È una questione di credibilità delle scelte amministrative pubbliche, quindi di noi tutti. Si decide di effettuare un concorso, si spendono dei soldi, si vanno a chiamare professionalità riconosciute in tutto il mondo, si dice nel bando cosa e come lo si vuole. E poi? Franco e Ciccio.
Come nella Giustizia viene chiesta la certezza della pena, per essere credibili come paese dobbiamo pretendere che l’esito di una procedura pubblica come questa, trovi l’ovvia concretizzazione nella realizzazione dell’opera. Chi adduce sempre la solita scusa che dobbiamo essere doppiamente prudenti trovandosi a costruire nel pieno centro storico di Firenze, forse non ha presente che coloro che lo costruirono davvero, non usavano soffermarsi troppo a pensare se era opportuno o meno inserire il loro pezzo. Lo facevano.

Quando si osserva il panorama di una città da lontano pare tutto bellissimo. Se prendi il binocolo però, scopri i panni stesi, l’omino in camiciola che si gratta, il terrazzino abusivo, la friggitoria… Allora, quello che a noi pare, a distanza di secoli, tutto così meravigliosamente integrato, forse con un binocolo temporale non lo sarebbe. Ed è per questo che occorre fare e guardare avanti. La storia dirà la sua.

foto di montanari.blogautore.repubblica.it

http://www.francogizdulich.com/modelli/architettura-moderna/nuovo-ingresso-degli-uffizi-a-firenze/

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.

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Roba da urlo