di Melania Leoncini

Si era fatto l’imbrunire, decise di rientrare.

Il mattino seguente, iniziò la giornata con una colazione italiana: cappuccio e brio­sches che Maria, madre di Marco portò calde e fragranti. Dopo questo inizio goloso decise di andare a vedere uno dei Musei più famosi italiani e non solo: gli Uffizi. Uscendo, Marco si propose di accompagnarla e farle da cicerone nella scoperta di opere che lei aveva visto solo in fotografia. La prima opera che videro fu la Venere di Botticelli. Insieme a Marco commentarono il quadro. La Venere, idea di bellezza perfetta, con quel suo viso bianco e il corpo esile sembrava quasi una dea. Contornata da dei e figure mitologiche che riempiono il quadro, l’opera è il simbolo anche della nascita della bellezza, in una conchiglia. Colpiscono i capelli lunghi e il viso un po’ malinconico ma anche seducente. Così grazie a frasi scambiate con il suo accom­pagnatore, commentò quasi come la sua professoressa questo quadro, simbolo del Rinascimento italiano. Dopo questo quadro Camille chiese di vedere l’altra opera di Botticelli: “La primavera”. Anche davanti a quest’opera Camille ripensò a voce alta alle spiegazioni della professoressa Dupin e insieme a Marco analizzò questa opera che già in fotografia le sembrava meravigliosa. La varietà di vegetazione e la luce che colpisce la Venere insieme alle altre ninfe le rende ancora più luminose. La Venere è coperta da un telo rosso. Insieme a lei, disse Marco, altre nove ninfe con due uomini e un bambino abitano questo bosco che sembra essere perfetto. Durante questi scambi di pensieri, sentirono una guida che commentava questo quadro dicendo che si pos­sono contare ben centonovanta specie di fiori come ranuncoli, papaveri, viole. Nel sentire ciò i due ragazzi si guardarono meravigliati e dissero all’unisono: “ centono­vanta specie?”. Provarono a cercarle ma non ne videro neanche venti. Andarono alla ricerca anche del quadro di Bacco. Come per i quadri precedenti, insieme iniziarono a commentarlo. Raffigurante il Dio del vino, Bacco era rappresentato come un gio­vane, le raccontava Marco. Con un calice colmo di vino, proseguì lei, sembra proprio voglia offrirci da bere. E rise fra sé e sé. Coperto in parte da un telo bianco, sembra realmente rappresentare un giovane Dio greco o romano. E così dopo vari scambi di commenti su questo quadro, Marco si diresse verso un quadro di Giotto: “La Madon­na di Ognissanti”. Camille ripensò a voce alta al commento fatto dalla sua professo­ressa davanti al quadro: “Un quadro che segna l’inizio del Rinascimento. Con una Madonna e il bambino che sembrano umana e anche gli altri componenti del quadro hanno sembianze umane” . Marco nel sentire queste parole rimase colpito dall’e­sattezza del commento e anche lui commentò la Madonna aggiungendo che Giotto con questo dipinto rompe gli schemi bidimensionali e i corpi rigidi, facendoli invece sembrare più umani. Dopo questo quadro ne videro altri fino al primo pomeriggio. Insieme decisero di andare sul Ponte Vecchio. Arrivati sul Ponte, Camille ripensò al confronto che le era stato fatto fra Arno e Senna quando aveva sentito parlare per la prima volta di questo fiume. Guardandolo, pensò che l’Arno era sì paragonabile alla Senna, ma il resto di Firenze era sicuramente più pittoresco: tutto sembrava un qua­dro. Quando la Prof aveva soprannominato Firenze un museo a cielo aperto, ne aveva tutte le ragioni, pensò. Dopo poco Marco le chiese: “Allora?”. Lei rispose: “ Sembra un museo a cielo aperto”. Risero insieme. Camminarono per tutto il ponte e sempre col naso a destra e sinistra guardavano ciò che li circondava. Solo davanti alla porta del b&b, Camille, si rese conto che Marco stringeva la sua mano.
Era arrivato anche l’ultimo giorno del suo viaggio. Dopo aver visitato Duomo e Santa Croce, i luoghi religiosi fiorentini, decise di andare anche in Piazza della Signoria per vedere Palazzo Vecchio, sede del Comune, aveva letto. A Camille sembrò subito ma­estoso ed elegante allo stesso tempo. Ritornando a casa ripensò a quello che le aveva detto la madre di Marco: il mercato San Lorenzo era un’altra tappa da non mancare. Appena entrò al mercato di San Lorenzo vide tutta quella gente e quelle bancarelle, le sembrò di essere al mercato delle pulci di Parigi. Non sembrava neanche di essere nella Firenze che aveva appena visitato. Tanti banchi di ogni genere e spesso com­mercianti non italiani, urla di venditori che si sovrastavano caratterizzavano questo mercato. Merci che vanno dal pellame ai souvenirs e oggetti di qualsiasi altro genere. Qui Camille si sentì un po’ come a Parigi. Firenze quindi era anche questo, integra­zione, era una città vicina e lontana. Vicina perché è la foto della società odierna, ma anche lontana, perché caratterizzata da opere rinascimentali e di altre epoche. Una città che lascia sicuramente qualcosa.
Al mercato comprò una borsa di pelle con la scritta Firenze, un ricordo di questa trasferta bellissima. Tornò al b&b, l’indomani sarebbe ripartita per Parigi. Attaccato alla porta della stanza c’era un biglietto. Lo lesse: “Purtroppo non potrò salutarti ma ci sentiremo presto via internet: Buon viaggio, Marco”
Aprì la porta e sopra il letto trovò un’edizione delle frasi più belle della Divina Com­media insieme a una foto fatta con Marco sul Ponte Vecchio. Sul retro della foto lesse : “L’amor che move il sole e l’altre stelle, con affetto Marco” Aprì a caso il libro e le cadde l’occhio sulla frase: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Scoppiò a ridere per la coincidenza. Sentì una lacrima bagnarle il viso. Era dispiaciuta, l’indomani avrebbe lasciato oltre alle bellezze fiorentine anche qualcosa di più grande. Lasciato, ma non abbandonato.

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