Mercoledì pomeriggio stavo pedalando sul lungarno Vespucci quando davanti a me un ragazzo con un bastone bianco inciampa, cadendo dal bordo di uno scalino rotto. D’istinto mi sono fermato per aiutarlo ma lui prontamente si era già rialzato. Gli chiedo se si era fatto male e lui battendo sulla ruota con il suo bastone mi risponde: “Che bici è questa?” Comincia così una chiacchierata vivace, emozionante e a tratti triste (per me). Vincenzo mi dice che ha vent’ anni ed è cieco all’85% dalla nascita. “Vedo solo qualche contorno, e la luce del sole per me è una bellissima droga“. Mi racconta che da bambino suo padre lo faceva andare in bici con le rotelline, correndogli dietro. Crescendo andare in bicicletta è diventato più difficile. Solo ogni tanto insieme a suo papà si recano in ampi spiazzali, dove Vincenzo pedala da solo indisturbato. La passione per questo mezzo trasudava da tutti i suoi pori. Conosceva molte più cose di me sul mondo della bicicletta. Mi sembrava di parlare con un vecchio amico d’infanzia. Dopo mezz’ora di chiacchierata la proposta che non avrei mai pensato di udire in vita mia. “ Che ne dici se facciamo una pedalata insieme? Guido io”. Le sue parole mi lasciarono senza fiato per qualche secondo. Vincenzo aggiunse: “Tranquillo, ti capisco se non te la senti”. Le sue parole scoppiarono come dinamite dentro di me, abbattendo i muri della mia diffidenza. Ripresi fiato e gli risposi di montare in sella. Non avrei mai pensato di montare in canna come faceva mia nonna da ragazza insieme a mio nonno. Dopo qualche tentennamento iniziale siamo partiti; io in canna con il suo bastone bianco in mano. I militari davanti all’ambasciata americana ci guardavano incuriositi mentre davo indicazioni a Vincenzo sulla salita del marciapiede davanti a noi. Lungo la ciclabile ero nervoso, ogni volta che incrociavamo altri ciclisti. Al ponte Amerigo Vespucci il semaforo rosso ci ferma. Ripartiamo e mi tranquillizzo. Vincenzo tiene un’andatura lenta e sicura. Passiamo ponte Santa Trinita e gli comunico di svoltare a sinistra. Mentre tutti guardano le vetrine, io sono attento alla strada; fortunatamente il campanello della mia bici ha un suono potente e avverte i passanti della nostra presenza. Svoltiamo a destra in via degli Strozzi. Magicamente Vincenzo prende le curve in modo impeccabile. Firenze ha un altro sapore, ogni piccolo particolare mi salta agli occhi; le finestre dei palazzi, i cartelli stradali, i marciapiedi, tutto acquista un senso più ampio. La nostra corsa termina davanti piazza della Repubblica. Vincenzo mi stringe la mano e un sorriso enorme si spalanca nel suo volto. Ci scambiamo il cellulare e ci salutiamo. L’ho guardo mentre camminava con il suo bastone e nel mio cuore, un vuoto enorme si faceva spazio; a pochi metri da me già mi mancava. Aveva proprio ragione lui, in bici in due è più bello.

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