Torcioni di pancia, manco avessi inghiottito il criceto che fa gira’ la rota davanti all’ingresso dell’autostrada a Calenzano.
Sto ancora lì che non so se vomitare nel Bisenzio che già glié morto e non perché gli hanno sparato, quando mi si para d’innanzi un vicino di casa che grida com’un ossesso!
– Oh! E gli hanno aperto un nuovo centro commerciale a Firenze! –
– Ndo’? –
– Vieni si va a vedere! – mi fa lui e mi carica in auto.
Si corre verso la strada che va all’Ikea e oltre e io penso che forse era meglio se gli ero morto giovane, da come mi sento e di come mi fo’ portare aggiro da ‘sto bischero!
Lui mi guarda di sottecchi e mi rimprovera. Dovrei, secondo lui, essere felice che la vita è bella. E si mette a cantare una vecchia canzone idiota in francese.
Io lo guardo e non vomito nel posacenere dell’auto solo perché sono educato. E davanti a noi un cinese in bici che va zig-zagando mi fa riflettere sulla caducità umana.
Passiamo sopra al cinese che intanto è caduto a terra da solo e proseguiamo imperterriti verso la catastrofe.
Sì perché come nel film con Benigni e Troisi (Non ci resta che piangere) e ‘un s’incappa in una falla temporale?
Il solito whorm-hole. E ‘un se ne pole più!
Fattostà che mi ritrovo con l’auto e il vicino di casa urlante, a sbattere contro un albero in una foresta notturna e nebbiosa.
Il vicino sfonda il parabrezza e muore sul colpo! Quando gli dicevo di allacciare la cintura non intendevo quella dei pantaloni: ma lui duro eh?!
Scendo dall’auto, portando con me il solito manifesto di tuttafirenze e…
Cado in un dirupo.
Contro l’uomo lupo.
Fa anche rima.
Lui s’incazza come una jena (questa me la segno, un uomo lupo che s’incazza come una jena..) e m’assale ululando. Ma il suo ululato è di dolore per la gran facciata che ci siamo dati!
Io fuggo.
Lui m’insegue.
Poi lui si ferma a bere.
Io a fare pipì.
Ripartiamo.
Lui fugge e io pure, in direzioni opposte, a cerchio. E ci rincontriamo urlando entrambi. Lui sempre dal dolore io per aver visto la mia faccia al posto della sua.
Li allora mi assale, mi sfiletta come una bistecca senz’osso e mi riduce in coriandoli. Poi all’improvviso quasi casco dal letto e mi sveglio!
E gli era stato un incubo!
Ma che diavolo ho mangiato ier sera?
Che razza di sogno..
Fo’ per alzarmi dal letto quando vedo nel buio muoversi qualcosa.. non capisco, i’ gatto e gliè di là! O iccheglié? Mica sarà davvero l’omo lupo!?
..O stai a vedere che sta pe’ aprirsi un altro worm-ho…

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.