di Luigi Di Maso

Firenze, come poche altre città, ti sbatte in faccia fin da subito la propria bellezza. Duomo, Ponte Vecchio, Santa Croce e altre immensità. Basta un’occhiata distratta e te ne innamori, scruti con attenzione e ti senti minuscolo. La sindrome di Stendhal è sempre dietro l’angolo. Scriveva Hans Andersen che “la città di Firenze, a sfogliarla, è come un intero libro illustrato”. Proviamo allora a sfogliarla.
Il tempo di preparare l’arsenale (block notes, penna e curiosità) e il viaggio parte da quel di Piazza Puccini, periferia ovest, nonché zona di grandi radici per la città e per me: qui è iniziato il mio cammino da fiorentino d’adozione. Qui inizia il cammino del racconto. L’ex industria di tabacco, il vecchio teatro e le voci dei commercianti nel mercato giornaliero, sono simboli della piazza, nonché immagini caratteristiche di una cultura “popolare” non sbiadita col tempo. Si parte: fermata dell’autobus “Rinuc­cini”, la mia attenzione viene catturata dalla voce di una signora. Il suo è un cantico di lamentele, a tracollo porta l’inconfondibile borsa gialla dell’Esselunga, quella delle grandi spese. Capisco subito che è la preda che cercavo. Dopo le formalità, la signora leggermente preoccupata, capisce che non sono uno stalker e spara a zero: “Una città turistica come Firenze senza metropolitana? Una presa in giro. La tramvia ne è solo una brutta copia. In due anni l’avrò presa solo 3 volte, poi non mi porta in nessun ospedale. Sai che c’è poi? Abito da anni in un condominio, dove da poco, vengono affittate case ad americani. Non ti sto qui a raccontare il bordello che fanno. Firenze non è più quella di prima”. Poi l’autobus arriva, la signora lo prende al volo e mi saluta con un sorriso. Lei era Sofia, 62 anni, aspirante assessore alle Infrastrutture. Siamo ancora agli antipodi, il viaggio non può che continuare. Ovviamente da qui prendo lo storico autobus 17. Via verso San Lorenzo.
Il 4 novembre del 1966 a Firenze accade qualcosa di inaspettato. È la data storica alla memoria fiorentina come il giorno dell’alluvione. “Il giorno prima dell’alluvione, fino a mezzanotte ero al cinema con amici, pioveva a dirotto ma non avrei mai pensato di ritrovarmi dopo poche ore a svuotare la cantina al piano inferiore dell’attività con una pompa da vino, tutto fatto a mano. La prima scena che vidi da casa mia, in Via Pellicceria dal terzo piano, fu quella delle auto scaraventate a largo dall’acqua, mentre il mattino seguente trovai Piazza Duomo invasa da due metri d’acqua. Alzai la sa­racinesca dell’attività di mio padre e altra immagine memorabile, era tutta la merce del negozio che galleggiava ormai disfatta. Avevo 23 anni, ero ancora ragazzino e rimasi scioccato per parecchio tempo. Poi con tanto lavoro l’attività (avviata nel 1932) riprese in venti giorni”. Gianfranco Ermini, un arzillo classe ’46, tratta tessuti da più di mezzo secolo, ma nonostante gli anni passati dall’accaduto, il ricordo dell’allu­vione riecheggia ancora fresco nella sua memoria. Non manca la forza di volontà e l’ironia all’artigiano che scherza su alcuni episodi: “Ricordo che lo Stato ci diede 500 mila lire come compenso ai danni, ma ci bastarono giusto per un pranzo e una cena, fatta con gusto però. Mi torna in mente anche la scena del farmacista che per alcuni giorni vendette i farmaci fuori in piazza, in mezzo ai semi di lino che diedero vita ad un sacco di piantine cresciute per strada. Ci furono anche dei battibecchi con gente che veniva a curiosare nei dintorni”. Per concludere, Gianfranco cala la perla sulla sua testimonianza narrando di una scena che ricorda quasi il postino interpretato da Troisi: “Nei giorni in cui non c’era acqua potabile ero incaricato di andare a prendere delle bottiglie dai miei parenti al ponte di San Niccolò. Ci andavo sempre in bici”.

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