di Luigi Di Maso

Un balzo ora verso Piazza Brunelleschi, da una piazza all’altra rimbalzo nella città come una pallina da pingpong. Giovani carichi di belle speranze, riempiono la vali­gia e vanno via di casa. Una storia che appartiene a molti, ce la racconta lo Scribano, non quello fiorentino, ma Antonio, designer di 29 anni. “Uscire da Ragusa era una nuova esperienza. Firenze una meta inesplorata, un punto interrogativo che affasci­nava. Il primo impatto può disorientare. Gli anni a Calenzano non furono come mi aspettavo. Poi c’era un po’ di indecisione, inizialmente avrei scelto Architettura, però il clima da neofita mi piaceva, partecipavo alle prime feste studentesche, si girava an­cora nei centri sociali. Si respirava un clima piacevole”. Firenze è viva si sa, ogni zona pulsa di un proprio fascino, ci si può sia perdere che riscoprirsi, non è un porto, se ti innamori ci resti: “Con l’esperienza sia teorica che pratica, la dinamicità di colleghi e professori, all’ISIA mi sono ricreduto. Nel modo di fare istruzione e nell’apertura al rapporto umano”. In una città del genere è un prendere o lasciare? “Le collabora­zioni sul territorio e le opportunità di una regione come la Toscana, che crede nei giovani, anche se a volte dimentica qualcuno in particolare, mi hanno convinto a restare e sono ormai 10 anni che cresco in questa città. Le sue dimensioni mi han­no dato modo di tenermi strette alcune relazioni importanti. Grande lezione che ho imparato qui è che esperienza e flessibilità vanno a pennello al clima fiorentino. Per flessibilità non intendo porgersi sempre al lavoro, pur che sia fisso, ma capacità di muoversi all’interno di diversi contesti lavorativi”. D’altronde è anche risaputo che in una Firenze che ama vantare la sua tradizione, l’esperienza paga. Una madre che resta al passo coi tempi e ti offre il suo piccolo sogno americano: “Le occasioni non mancavano, ma soprattutto all’inizio, stage ed esperienza lavorative erano gratuite. Qui però sono riuscito con degli amici a ideare qualcosa di nuovo e creativo, ed è nata l’esperienza di Fattelo. Ricordo ancora l’episodio, quando per creare la società, dovevamo essere ad Ancona entro le 12, partimmo da Firenze, passando da Bologna e ad un certo punto eravamo a secco con la benzina. Lì l’idea di scrivere lo statuto sul cellulare e mandarlo last minute. Se non avessi conosciuto Firenze, molto probabil­mente non mi sarei trovato in mezzo ad avventure e persone del genere, o forse sì. Mi è venuto spesso da pensare, sul perché la maggior parte dei ragazzi che ho conosciuto qui, finiti gli studi, cambiavano città. Questo dovrebbe far pensare”. Una Firenze vista dal punto di vista della life story di un ragazzaccio che fa la valigia, parte e si mette in gioco nel capoluogo toscano. Un’altra Firenze. Ah quasi dimenticavo. Anto­nio precisa: “In Sicilia c’è il sole 10 giorni su 9, a Firenze no!”. Da buon meridionale ci rido su e continuo a circumnavigare Firenze, ritorno in periferia, si va a Rifredi.
Secondo fonti Unesco, l’Italia possiede il 60% del patrimonio artistico mondiale, cir­ca il 30% è a Firenze. In questo racconto ci siamo lasciati alle spalle la parte monu­mentale della città ormai ben nota a tutti, ma un episodio, mai come altri, ha come protagonista infelice un pezzo importante dell’arte locale. Si tratta della torre dei Pulci e bisogna catapultarsi nel 1993, precisamente nella notte tra il 26 e il 27 maggio. È la notte dell’attentato di via dei Georgofili, lì dove viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo tra gli Uffizi e l’Arno. Nel brutale episodio perdono la vita i coniugi Nencioni, insieme alle loro due figlie, oltre allo studente Dario Capo­licchio. Ad aiutarci a ricostruire il suo racconto dell’attentato è Giovanni Papini, 47 anni, omonimo di un celebre scrittore e altra vittima della mia ormai prolifica attività da stalker alla fermata degli autobus. Ricordandosi proprio delle vittime, Giovanni, apostrofa l’attentato come vile e scellerato, un qualcosa di inaspettato per una città come Firenze che non aveva mai subito violenze simili. “La distruzione si commenta da sola, il gesto eclatante fece ancora più scalpore perché avvenne nel cuore della città ed era atto a creare un danno irreparabile. Stupore per noi fiorentini nei confronti di un qualcosa di mirato. Sì, mirato è la parola giusta per definire l’attentato”. Durante la strage, oltre alle vittime, il bollettino conta anche 48 feriti. “Il rischio era grosso. Dopo aver ricevuto la notizia, venimmo a sapere che un nostro amico passò in mo­torino proprio lì vicino, sulla strada che porta verso Ponte Vecchio, un quarto d’ora prima dell’accaduto”. L’aneddoto termina con un barlume di speranza mascherato da una certa prudenza che Giovanni pone verso il futuro: “L’ulivo piantato sul posto rappresenta ormai la pace e la rinascita dopo il brutto episodio, la speranza è che non avvenga più nulla di simile ma purtroppo non c’è mai da scommetterci”. Le ultime parole sono uno spunto di riflessione, nel frattempo prendo l’autobus e ci penso su.
Si torna alla base. Il viaggio si chiude da dove era cominciato: home sweet home. Prima di rientrare passo da un vicino. Non perché mi manca del sale o dell’olio in casa, ma perché manca il dulcis in fundo. Lorenzo, 87 anni, presente durante l’occu­pazione nazista nella seconda Guerra mondiale nel 1944. Anni dalla memoria storica unica e indelebile, affascinanti quando vengono raccontati da ricordi e sensazioni di chi le ha vissute, molto meglio che un libro di Storia. Firenze per altro, fu una delle poche città che riuscì a scacciare l’esercito tedesco con la sola spinta dei propri citta­dini, partigiani e non. Il caso fiorentino racconta gesta di patriottismo nazionale, con sfumature gigliate. “Si iniziava a respirare forse per la prima volta, aria patriottica. Quando c’è stato da scacciare i tedeschi e sospirare per Ponte Vecchio, unico super­stite tra gli altri ponti in città, difendevamo la patria. Ma ancor di più difendevamo Firenze. Nel tempo è cambiata: i fiorentini, lo stile di vita e pure le bischerate che si facevano in giro. L’amore però, resta sempre quello. Non sarà più la capitale d’Italia, ma per noi lo è sempre stata”.

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