articolo_RARILa Rari è salva. O forse no. O meglio, non ancora. Il 7 settembre − giorno previsto per l’inizio delle procedure di sgombero e smantellamento − è passato senza danni. Il Tribunale delle acque, preposto alla sentenza dopo che il TAR si è dichiarato non competente, ha deciso di non decidere. Rimandando tutto al 21 ottobre. Altri 40 giorni, più o meno. Una bazzecola se paragonati ai 111 anni che ci separano dal regio Decreto del 1904, che ha dato il via a tutte le ostilità. Insomma, siamo in attesa del giorno del giudizio, non ancora universale ma sicuramente importante.
Previsioni, per scaramanzia, nessuno si sente di farle. Soffia comunque un flebile vento di ottimismo, che però si avverte soltanto tappandosi le orecchie per non sentire quello che ha detto la Procura di Firenze. Secondo la quale la Rari, e tutte le strutture adagiate sulla riva sinistra dell’Arno, dovevano essere demolite almeno 17 anni fa perché pericolose in caso di inondazioni. E contestando al presidente della società e all’ex presidente della Provincia il reato di inosservanza degli ordini dell’autorità.
Comunque, al di là di quello che dicono le leggi, in bocca ai fiorentini che hanno a cuore le sorti della loro città permane un sapore amarissimo di sconfitta. Perché il problema della riva sinistra del fiume doveva essere risolto da tempo dalle autorità preposte. Invece, in un Paese in cui rimandare è spesso la regola, anche questa vicenda non ha fatto eccezione. Adesso tutti si ritrovano davanti al capezzale di una società gloriosissima e l’impressione è che nessuno sappia bene che cosa fare. Avanzano come ciechi, sbattendo la testa qua e là in cerca di una via d’uscita. Che (se c’è) è affidata alla decisione del Tribunale delle acque. Entità dal nome fiabesco e misterioso ma che potrebbe riuscire là dove hanno fallito molti politici e amministratori: non far morire un pezzo di storia fiorentina.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.