L’espressione “dinosauri del rock” ben rappresenta gli Yes, gruppo storico del progressive rock, in attività da 47 anni. Ben lungi dal sentirsi pronti per la pensione, nel 2016 gli Yes hanno deciso di portare dal vivo due album particolarmente rappresentativi della loro carriera: “Fragile” del 1971, cronologicamente quarto album, ma primo con la formazione “classica” più apprezzata da critica e pubblico, e “Drama” del 1980, controverso album della svolta pop, poco apprezzato a suo tempo.

Il 31 maggio gli Yes si sono esibiti all’Obihall, di fronte ad una platea che come età poteva competere con il gruppo, anche se era sensibile la presenza di giovanissimi, evidentemente vittime incolpevoli delle passioni musicali dei genitori. La formazione comprendeva membri storici, come il chitarrista Steve Howe e il batterista Alan White, membri che hanno fatto parte di qualche lineup “intermedia”, come il tastierista Geoff Downes, acquisti recenti, come il cantante Jon Davison, ed infine il talentuoso bassista Billy Sherwood, già in passato con gli Yes, scelto personalmente dal compianto Chris Squire per sostituirlo.

La decisione di unire in un unico concerto due album tanto diversi poteva apparire sulla carta azzardata. “Fragile” è una pietra miliare del rock sinfonico, uno dei capolavori degli Yes, nonché emblema della formazione più amata del gruppo. “Drama” è un album caratterizzato da sonorità e arrangiamenti smaccatamente anni ottanta, pervaso da un’atmosfera dichiaratamente pop e realizzato con la lineup più improbabile della storia degli Yes, quella nata dalla fusione con i Buggles (ebbene sì, proprio quelli di “Video killed the radio star”).

Le due anime del concerto, invece, alla fine si sono perfettamente amalgamate, anche perché i brani dei due album sono stati inframmezzati da immortali classici del gruppo.
ChrisIl concerto è iniziato con il palco vuoto, un basso bianco illuminato e una serie di immagini di Chris Squire, spentosi prematuramente (e troppo velocemente) lo scorso anno, che scorrevano sullo schermo sulle note di “Onward”. Un toccante tributo all’unico musicista che ha fatto parte di tutte le formazioni degli Yes… tranne questa.

Dopo il commovente inizio, l’ingresso sul palco dei musicisti e l’esecuzione dell’intero album “Drama”, i cui brani hanno beneficiato in parte del cambiamento di vocalist, ma soprattutto degli arrangiamenti, meno legati alle sonorità anni ottanta e molto più classicamente rock; energici e tornati a nuova vita, al punto che il successivo passaggio, apparentemente improponibile, a “Time and a world”, uno dei primissimi successi degli Yes, è stato perfetto. Il successivo “Siberian Khatru” è stata una delle vette del concerto, con un pubblico incontenibile e una band ad esprimere un’energia ancora più incontenibile.
La seconda parte ha permesso anche la rilettura di un brano come “Owner of a lonely heart”, che da pop radiofonico è stato rivestito da un più nobile mantello rock. La riproposizione fedele di tutti i brani di “Fragile”, con una forza e una passione che ha mandato letteralmente in delirio il pubblico, ha reso il concerto indimenticabile.
Un concerto che ha confermato le capacità tecniche e la classe di musicisti che non temono rivali. Steve Howe è in grado di incantare ed emozionare con la sua chitarra come e più che mai; chiudendo gli occhi su brani come “Mood for a Day” si veniva proiettati in un lontano, nostalgico, meraviglioso passato. Geoff Downes, in ottima forma, ha fatto rimpiangere la fine degli Asia, gruppo che per decenni gli ha permesso di esprimersi al meglio tecnicamente e compositivamente. Billy Sherwood è stato perfetto nel ruolo (ingrato) di sostituto di uno dei bassisti più amati della storia del rock. Alan White si è confermato quello di sempre: energico ed efficace, ma al contempo raffinato e incisivo. Jon Davison, bravo per carità, non ha potuto reggere il confronto con quel Jon Anderson che per quasi tutta la vita del gruppo ha caratterizzato, con il suo timbro di voce e il suo stile unico, la musica degli Yes. Jon Anderson è semplicemente insostituibile. Come detto prima, però, Trevor Horn è facilmente sostituibile, quindi sui brani di “Drama” Davison ha potuto esprimersi senza timori reverenziali e senza rischi di scomodi confronti.

Un concerto d’altri tempi; tanto rock, tanta tecnica, tanta passione, tanta “sostanza”.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.