Aouatif è alla fermata dell’autobus pronta per tornare a casa. E’ a Firenze da poco e ancora non parla bene l’italiano, ma si fa capire; il francese che ha studiato all’Università in Marocco la aiuta. Si avvicina a un ragazzo di poco più grande di lei per chiedergli informazioni: così conosce Simone. Salgono insieme sull’autobus diretti a Prato e parlano della vita, di loro, di chi sono. Parlano con quel linguaggio privo di grammatica ma intriso di significato. Poi Aouatif scende dall’autobus e torna alla sua vita.

Un anno dopo: stessa fermata, stesso autobus. Simone e Aouatif si rincontrano. Sei mesi dopo si sposano e nasce Sara.

Un incontro, una mescolanza di identità. Dal Marocco a San Frediano con furore, si potrebbe dire.

Quando ho conosciuto Sara, o meglio, quando ho incontrato per la seconda volta Sara, eravamo a Barcellona, insieme ad altri ragazzi italiani e catalani per fare un workshop sull’impresa sociale.

La vedevo ogni sera, nella camera d’albergo che dividevamo, togliersi il velo e spazzolarsi i suoi lunghi capelli neri. E la mattina, in dormiveglia, prima ancora del suono della mia sveglia, la osservavo pregare, quasi sdraiata sul pavimento, e poi alzarsi, far passare una lunga sciarpa intorno alla testa, con movimenti attenti e abili, e prepararsi per la giornata.

Così una sera le ho chiesto di raccontarmi la sua storia, di quando ha deciso a diciassette anni di mettersi il velo.

E lei con voce calma e accento fiorentino, mi parla di quel primo giorno di scuola, dopo l’estate, in cui entrò in classe con il velo. La stessa ma infondo con qualcosa in più.

La paura di essere giudicata o che alunni e professori cambiassero il modo di porsi nei suoi confronti. Per fortuna niente di questo accade.

Sara è nata in una famiglia musulmana, da madre marocchina e padre fiorentino convertito all’Islam. E’ cresciuta con certi valori religiosi, ma con una libertà mai negata. La decisione, sua e di nessun altro, di mettersi il velo e di decidere lei quando era pronta.

Un sacco di stereotipi si cancellano con il racconto della sua storia. La visione di una donna che può scegliere, può studiare, può fare sport. E la sua rabbia che questo non venga capito. Lo sguardo a volte minaccioso, a volte di commiserazione, di sconosciuti che la guardano e pensano di aver capito tutto di lei.

Episodi di razzismo ci sono stati, come quando il proprietario di un bar a Venezia con fare arrabbiato e intriso di odio cacciò via dal suo locale lei, il suo ragazzo e sua nonna.

O quando qualcuno le urla, protetto dalla comodità della sua auto in corsa, “tornatene al tuo paese”. Lei vorrebbe rispondere che è già nel suo paese, ma tanto non capirebbero.

Ma non ci sono solo persone pronte a giudicarla, dai banchi della biblioteca universitaria, per il suo aspetto così visivamente religioso. No. C’è chi le fa domande e cerca di capire, ascolta le sue risposte e forse cambia idea nei confronti di questa religione tanto discussa.

Ho ascoltato la sua storia, interrompendola a volte per sapere un particolare in più, per farmi raccontare di Hisham, il ragazzo con cui si è fidanzata ufficialmente da qualche mese, per farmi vedere come si mette il velo, usando la mia testa come manichino.

E ho deciso di scrivere la sua storia, per aiutarla nell’impresa ardua di abbattere qualche stereotipo sull’Islam, per cercare di mettere in chiaro che esiste la religione ed esiste la tradizione: due cose diverse, a volte confuse, a volte mal interpretate.

Perché l’Isis, quello Stato Islamico (“chi gli ha dato il diritto di nominarsi tale?”, si chiede Sara), non è l’Islam, ma una strumentalizzazione del potere dell’uomo.

Alla luce dell’alba finiscono le chiacchiere e andiamo a letto, ognuna figlia della propria educazione e dei propri valori. Ognuna con la propria certezza, ma con un bagaglio in più che l’ascolto dell’altro a volte può dare. Lei con la sensazione di aver spiegato qualcosa della sua religione, io con l’idea di aver raccolto un frutto prezioso, una storia raccontata un po’ a bassa voce ma con l’intenzione di farsi sentire.

Il giorno dopo io mi metto il cappello (lo faccio solo con il freddo pungente, anche se mi sta malissimo) e Sara si mette il velo, del tessuto adatto alla stagione.

E mi confessa che d’estate, con i suo vestiti larghi, comodi e chiari, soffre meno il caldo della ragazza in minigonna che la guarda con compassione e pensa “poverina”.

.BrunoEvangelista

 (foto di Bruno Avila Wolff Evangelista)

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Elena Di Bella Manca

Pensatrice a tempo pieno, un po’ italiana, un po’ messicana.
Mi piace scrivere attraverso il giornalismo gonzo: a metà tra narrativa e giornalismo.
Immergersi nell’articolo, entrarci e viverlo di persona. Per capirlo, per approfondirlo. Perché tutto inizia con una storia.