Una strana scimmia
Quando osserviamo la natura oggi — foreste frammentate, oceani impoveriti, climi instabili — tendiamo a pensare che la responsabilità sia tutta della modernità. In realtà, la storia dell’impatto umano sull’ambiente comincia molto prima delle fabbriche e dei combustibili fossili. Comincia con una “strana scimmia” che, circa un milione di anni fa, imparò a dominare un elemento fondamentale: il fuoco.
I primi ominidi non erano distruttori per malizia, ma per necessità. La scoperta del fuoco rappresentò una svolta evolutiva senza precedenti. Consentì di cuocere il cibo, rendendolo più digeribile e nutriente; offrì protezione dai predatori; permise di colonizzare ambienti più freddi; allungò le giornate, strappando tempo alle tenebre; creò socializzazione attorno al focolare, forse influenzando lo sviluppo del linguaggio. Ma il fuoco fu anche il primo strumento capace di modificare profondamente gli ecosistemi. Bruciare significava aprire spazi, cacciare più facilmente, cambiare la composizione della vegetazione. Da quel momento, la natura non fu più solo subita: iniziò a essere plasmata.
Con il passare dei millenni, questa capacità di trasformazione si affinò. L’agricoltura, nata circa diecimila anni fa, accelerò il processo. Foreste abbattute, suoli lavorati, specie selezionate o eliminate: l’uomo cominciò a semplificare ecosistemi complessi per adattarli ai propri bisogni. Tuttavia, per gran parte della sua storia, l’impatto umano rimase limitato dalla tecnologia disponibile e dalla densità della popolazione.
È negli ultimi 300.000 anni — un tempo brevissimo se confrontato con i 4,5 miliardi di anni di vita della Terra — che l’umanità ha compiuto il salto decisivo. Un battito di ciglia geologico, durante il quale abbiamo sviluppato linguaggio, scienza, industria. In pochissimo tempo abbiamo estratto risorse accumulate in ere intere, alterato cicli naturali fondamentali e spinto molte specie animali e vegetali all’estinzione.
La domanda, oggi, non è più se l’uomo abbia un impatto sulla natura, ma per quanto ancora potrà esercitarlo. Se continuiamo su questa traiettoria, la permanenza dell’umanità potrebbe essere sorprendentemente breve. Non perché la Terra non sopravvivrà — il pianeta ha superato cataclismi ben peggiori — ma perché le condizioni che rendono possibile la nostra civiltà sono fragili.
La strana scimmia ha dimostrato un’ingegnosità straordinaria, ma anche una notevole incapacità di riconoscere i propri limiti, una smisurata presunzione — abbiamo creato dèi a nostra immagine e somiglianza — e una smodata avidità di potere e ricchezze. Se sapremo usare la stessa intelligenza che ci ha portato a dominare il fuoco per imparare a convivere con la biosfera, allora il nostro battito di ciglia potrà allungarsi. Altrimenti, fra milioni di anni, negli strati di roccia resterà solo una sottile linea scura: tracce di combustione, plastica fossilizzata, isotopi anomali. Il segno inequivocabile del passaggio di una specie brillante ma effimera, che ha scoperto il fuoco e ha creduto di essere eterna. E che, proprio per questo, ha dimenticato di sopravvivere.
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