Vedere oltre
Non sempre serve vedere per guardare.
La settimana scorsa ero a Roma, da mio figlio che studia fotografia all’Accademia di Belle Arti. È stato lui a consigliarmi di visitare la mostra Irving Penn. Photographs 1939–2007 al Centro della Fotografia, nel rinnovato spazio dell’ex Mattatoio di Testaccio.
Una panoramica intensa sull’opera di un grande maestro, capace di cogliere nei suoi ritratti l’essenzialità tanto dei personaggi celebri quanto delle persone comuni. Le sue fotografie di moda diventano dei quadri: dettagli geometrici, tessuti che sembrano restituire al tatto la loro consistenza, modelle che escono dalla bidimensionalità e catturano lo sguardo.
Ero già immersa in questo vagare lento, in un lunedì mattina attraversato dalla bellezza, quando ho notato una coppia di visitatori soffermarsi davanti alle immagini.
Parlavano a bassa voce, con naturalezza. Lei descriveva, lui ascoltava. Si avvicinavano, si spostavano, si fermavano.
Solo dopo qualche istante ho colto il dettaglio: lui era cieco. E lei gli stava raccontando le fotografie.

A tratti si interrompeva, cercava le parole, cambiava posizione, quasi a mettersi dentro l’immagine per restituirla meglio. Lui faceva domande, lei rispondeva. Un racconto semplice, ma vivo. E soprattutto condiviso.
In quel momento, la fotografia smetteva di essere solo visiva. Diventava relazione.
Mi è venuta voglia di chiudere gli occhi e ascoltare soltanto la sua voce. E subito dopo mi sono chiesta: sarei capace di raccontare quella stessa immagine?
Un’esperienza che apre una riflessione più ampia sull’accessibilità dei luoghi della cultura. Rendere una mostra fruibile non significa soltanto abbattere barriere fisiche, ma creare le condizioni perché ogni visitatore possa entrare in dialogo con le opere, attraverso strumenti e linguaggi diversi.
Anche a Firenze, negli ultimi anni, i progetti in questa direzione si sono moltiplicati. Le Gallerie degli Uffizi hanno sviluppato percorsi accessibili e iniziative inclusive per pubblici con esigenze diverse; il Museo Novecento propone attività educative e laboratori pensati anche per l’inclusione; mentre Palazzo Strozzi è da anni impegnato in progetti che rendono l’arte contemporanea accessibile attraverso linguaggi e strumenti diversificati.
Anche le biblioteche pubbliche svolgono corsi LIS sia per il personale interno che per gli utenti.
Segnali concreti di una trasformazione che riguarda non solo i luoghi, ma il modo stesso di intendere la cultura.
Eppure, accanto a questi strumenti, resta qualcosa di ancora più essenziale.
La volontà di comunicare.
Mi capita durante i corsi che faccio sulla comunicazione, di sentire ripetere: “Sì, ma non è facile”. Eppure scene come questa suggeriscono il contrario. Non si tratta di semplificare la complessità, ma di scegliere di esserci, di trovare un modo, anche imperfetto, per arrivare all’altro.
Quella donna non stava applicando una tecnica. Aveva un’intenzione: condividere la bellezza.
E funzionava.
Perché quando c’è relazione, anche una fotografia in bianco e nero può essere raccontata, immaginata, condivisa.
E forse è proprio lì che inizia un altro modo di vedere.
Un modo che resta, indelebile, nella memoria dei sensi.
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