Benito Cereno
Luglio, e anche a Firenze arriva aria di mare. Per chi lo desidera come un ristoro, per chi vuole fuggire, per chi semplicemente lo ama. Per chi lo aspetta ogni anno e per chi invece non riesce, e corre a riempirsene gli occhi e il petto anche d’inverno.
Questa pure è una storia di mare, profonda e piena di tensione. Benito Cereno di Herman Melville è un classico, una rappresentazione potente e sottile dell’ingovernabile dark side umano, un incubo e un enigma.
Il racconto è basato su una storia vera, quella della rivolta esplosa nel 1799 a bordo di un mercantile schiavista spagnolo, narrata dal capitano Amasa Delano nel suo Narrative of Voyages and Travels, in the Northern and Southern Hemispheres.
Delano è anche il primo spettatore, e poi l’involontario co-protagonista, della tragedia che si consuma a bordo del San Dominik, nel racconto di Melville. Da quando l’ufficiale decide di prestare soccorso a quello che – sulle prime – crede essere un vascello in avaria, le vicende dell’equipaggio della nave e del suo capitano Don Benito si svolgono sotto i suoi occhi con un andamento sempre più misterioso ed inquietante, tra i tentacoli soffocanti della bonaccia.
Un’informazione, fondamentale, è tenuta nascosta al lettore per quasi tutto lo spazio del racconto: è su questo filo che si regge in equilibrio l’ambigua e disperata vicenda narrata da Melville, il gioco di ruoli che viene a crearsi, ed è qui che prendono corpo e senso le riflessioni di un “dopo lettura” potenzialmente infinito.
Grazie anche alla bella traduzione di Roberto Mussapi, che contribuisce a rendere l’esperienza del lettore in lingua italiana altamente suggestiva.
Herman Melville, Benito Cereno, 1855
Ed. italiana Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2008.
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