Candido Strafottelli
Non si dovrebbe uscire di casa completamente nudi, è amorale, indecente. Ma quella notte Candido Strafottelli con un diaccio che rizzava i peli, non solo si è fatto una passeggiata col lillo di fuori e i capezzoli al vento, ma ha intrapreso un percorso lunghissimo che da casa lo portava al Piazzale e da lì scendeva fino alle strade di Porta Romana. Tornato in camera, con la pelle ancora fresca, aveva ancora in testa i sanpietrini, gli indotti d’aria, la fiumana di gente impazzita. Poi, come era uscito si è buttato sul letto, ha spento la luce e col cellulare all’orecchio ha aspettato Gesù. Peccato che poco dopo abbia suonato il Maresciallo dei Carabinieri svegliando tutto il condominio.
Tre ore prima il mondo era più consueto. Candido si stava preparando per il rituale giornaliero che consisteva nello scegliere quello che si sarebbe dovuto mettere. Il guardaroba era il solito casino: magliette slabbrate di Super Mario e Magilla Gorilla schiacciate sotto i golfini invernali, rattrappiti a loro volta in camicie lucide e stinte di candeggina, con gli asciugamani ancora umidi, e i calzini incastrati fra le sedie e sotto i cassoni del letto, accanto ai pigiami mischiati con le federe. Aveva voglia di farsi una doccia al buio, un’altra, col brandello di luce dei lampioni a scarica che attraversava le palme rinsecchite dei frati davanti e giungeva morbida sulla grata della finestra. Poi desiderava stare in silenzio sotto l’acqua calda, dopo aver preso a tastoni il sapone intimo al mentolo dei vivai di San Domenico, e voleva planare di nuovo all’interno del suo universo fatto di scintille a spirale che scoppiavano quando chiudeva gli occhi e la Terra si vedeva dallo Spazio infinito. Quella sarebbe stata la sua quarta doccia. Se l’avesse fatta.
Invece non ha mai messo piede in bagno. È rimasto fermo, a guardare le chiocciole passargli davanti, a rabbrividire dentro qualcosa che non riusciva a spiegare. Gli serviva un po’ d’aria. Quell’arietta calma di Firenze quella prima dei temporali, quando i nuvoloni s’intorbidiscono e i ciottoli gelidi delle viuzze s’arrampicano sui calcagni. Dietro si sarebbe lasciato la scia della città, gli scorci delle mura antiche che s’addormentano sui blasoni e su quel Rinascimento che entra nel cervelletto e svanisce con le correnti dell’Arno.
Aveva lasciato le chiavi di casa dietro la ruota di un furgone e accolto i brividi periferici che rialzano la pelle e ingrigiscono le unghie. Ne era uscito un fiato antico di sbuffi bianchi a forma di guanciali e caciotte che si dissolvevano sulla carne fredda delle cosce, delle braccia e dei glutei induriti, frizzante sotto le ascelle, strangolante intorno al collo e i lobi delle orecchie. Le piante dei piedi scaldavano appena i sanpietrini irregolari e il petto, solo e immacolato, rimbombava con l’eco lontana dei servizi di vigilanza. Era il peso della notte che a cascata insozzava quel che rimaneva dei luccichii delle ringhiere. Ma era anche aria fresca che entrava dai pori, solleticava i muscoli, allargava le ossa per diventare neve leggera, quella che si scioglie prima di poggiarsi sulle mani.
Dopo aver lasciato la schiena di via de Serragli e oltrepassato la Torre San Niccolò, aveva intrapreso Viale dei Colli. Arrivato al Piazzale Michelangelo di fronte alla sagoma sovrumana di Firenze, si era messo a guardare la copia del David e allo stesso tempo una tipa turgida dietro la piastra delle salsicce che si puliva il naso con la manica del giubbotto. «Ehi bello, ma veramente? Col lillo di fuori?» gli aveva urlato. Lui aveva tirato dritto e s’era incuneato per le scalinate e i viottoli strozzati dai glicini in riposo ed era finito davanti a una porticina aperta che dava sul retro di San Miniato. Dopo il segno della croce aveva passato l’acquasantiera e si era fermato davanti al Cristo in croce poco dietro l’altare. Qui, spogliato del suo ego e della sua vita senza più il sorriso di sua mamma, aveva sentito il sangue scorrere più forte e più denso, come quando da piccolo si guardava le ginocchia sbucciate e ci sputava sopra. In quel momento, dagli indotti d’aria sotto la navata centrale gorgheggiava un altro suono, basso ed espanso. Gli scendeva addosso con una sfilza di armonici tondi e roboanti, pulendogli la crosta dura di vecchi rancori per tutte le stupidaggini fatte da ragazzo e per tutte le cose che non aveva capito nei suoi letti di morte. Rancori che gli sporcavano la coscienza.
Mentre scendeva verso Porta Romana non aveva voglia di tornare a casa, sentiva il suo corpo intorpidito e aveva paura che la testa tornasse alle sue docce che non bagnavano abbastanza, e che i piedi si attorcigliassero alle siepi. Ogni passo e ogni respiro erano come un tamburo africano che lo innalzavano di centimetri e lo tenevano vivo, infilandolo pezzo per pezzo nei meandri di una realtà parallela. Ma c’era un’altra cosa di cui si era accorto e che non gli piaceva. All’altezza di piazza Tasso una fiumana di gente in subbuglio aveva gremito il viale lungo le mura e si dirigeva verso di lui. Erano in migliaia, tutti disposti a plotone, infagottati di golf e pantaloni, giacconi militari e gonne di lana, alcuni con pile di cappelli in testa e sciarpe inspessite. Procedevano spalla a spalla coi vecchi, coi ragazzi, ricoperti di cinture multiple strizzate sulle pance che si annodavano a doppie camicie, a felpe extralarge srotolate su jeans fuori misura. E poi c’erano quelli che spingevano, coperti da capo a piedi con montoni di pecora, pellicce finte, grembiuli della domenica. Calpestati da chi entrava da strade secondarie e continuava a buttarsi addosso piumini imbottiti, tute da lavoro e scarponi da montagna. Tutti capeggiati da un Maresciallo dei Carabinieri che in prima fila incitava all’infame e urlava di portarlo in Questura. E più lui aumentava il passo e più questa moltitudine di teste si avvicinava e guaiva di rabbia, ribrezzo per quel corpo zeppo di odoracci e catinelle di indecenza. Come se Firenze si fosse svegliata un minuto prima e si fosse accorta che nella vita c’è gente che la pensa diversamente.
Candido Strafottelli allora si era messo a correre all’impazzata, saltando le pozze, mangiando i marciapiedi, storcendo le caviglie per arrivare alla ruota del furgone prima di tutti. Ce l’aveva fatta, nell’androne del palazzo ne era finalmente consapevole: gli sembrava che tutto fosse rientrato, che il frastuono fosse appartenuto a un mondo che non esisteva più. Lo ha creduto fino a quando, sdraiato sul letto, era stato messo in attesa per parlare con Gesù.
Andrea Tani, Narrativa minima
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