La trilogia di Amedeo
Sua moglie, sapeva chi era veramente da giovane – terzo loculo in alto fila est, corridoio centrale, fiori nel vaso: uno. Suo padre, sapeva esattamente cosa lo faceva ridere quando fuori pioveva – lapide centrale accanto alla Cappella, senza fiori, senza vaso. Suo figlio, avrebbe dovuto essere grande ora – cimitero sconosciuto.
Sta per piovere. Amedeo col suo Apecar si avvicina a una rotatoria di via Casentina. Nei pressi del segnale di precedenza alza il piede dal freno e prende in pieno il parafango posteriore di una Peugeot: piccolo strepitio di lamiera che si perde nei tuoni lontani. Scende scarruffato. Lei scende stordita. Lui si mette le mani nei capelli. Lei va a vedere cos’è successo al suo parafango, è una ragazza di circa trent’anni tarchiata sui fianchi. Lui si pettina i capelli, poi dice qualcosa sui freni e sullo sterzo duro come un cancello. Lei non capisce, guarda corrucciata la lamiera sopra la ruota, poi il muso dell’apino e di nuovo la lamiera. Allarga le braccia.
«Non è niente», dice lui «le scrivo due righe se vuole».
«Ma insomma non poteva stare più attento? È incredibile che alla sua età la facciano ancora guidare».
«Che le devo dire signorina, con questi nuvoloni sembra che piova da un momento all’altro». Poi si piega e dal sedile tira fuori un vassoietto gonfio di pasticcini ben infiocchettato.
Lei lo guarda stranita, dà un’occhiata all’orologio, poi al vassoio. Sorride. «Dovrei essere già a scuola in verità».
Amedeo strappa la confezione e le indica i dolci uno per uno: un bignè alla nocciola, un babà, un paio di millefoglie, un cannolo alla meringa. «Ne prenda uno, senta come sanno di forno». Lei guarda di nuovo l’orologio, poi i pantaloni stirati di Amedeo, ma alla fine cede, allunga la mano e afferra il babà. Quando ci appoggia i denti la sua mandibola sbrodola rum e saliva.
Piove. Amedeo prosegue per piazza Puccini e s’accorge che davanti a una farmacia di via Baracca c’è una Panda in doppia fila. Preme il pedale, punta il fanalino posteriore sinistro e sbam! Dal negozio esce un anziano impomatato vestito di grigio e terra, con un sacchettino in mano e un ombrello sfondato. Borbotta alterato. S’avvicina all’apino e con la punta dell’ombrello picchietta sul finestrino: «Oh bischero, ma che c’hai bisogno degli occhiali?». Amedeo alza le spalle: «Ho il tergicristallo rotto». Lui scuote la testa e va a controllare il fanalino della sua Panda, poi il muso dell’apino e ancora la sua Panda. Quando vede che è tutto a posto fa: «Ma non potevi prenderla più larga?». Amedeo sbircia nel sacchettino e vede la scritta Viagra. L’anziano s’accorge che lui se n’è accorto e allora prova a coprirla con l’ombrello, ma per fare questo rimane scoperto e prende un’acquata: «Maremma cignala cane!». Appoggiato al volante Amedeo si mette a ridere. Anche lui ride, poi fa: «Su, sposta questo trabiccolo che devo andare a ritirare le rose per mia moglie». «Beh», dice Amedeo «io ai tempi facevo diversamente, la portavo al Duomo e le mettevo una mano sul culo». Poi tira fuori il vassoio dei pasticcini e gli fa un cenno col capo. L’anziano sgrana gli occhi: «I dolci delle pasticcerie mi fanno reazione allo stomaco, ma un paio di millefoglie scalderebbero mia moglie bene bene».
Non piove più. Amedeo ripensa ai fianchi della ragazza, alla vitalità del vecchio, poi prende di mira una Station Wagon che sta per uscire dal parcheggio dell’Esselunga. Dentro c’è una famigliola giovane: babbo, mamma e un bimbo piccolo imbracato nel seggiolino dietro. Appena il babbo imbocca la corsia, lui accelera e lo tampona in pieno, la targa si piega. La moglie di fianco batte il gomito, lui torce il collo verso la strada e il bimbo dietro parte con l’Aida di Giuseppe Verdi. «Ma non mi ha visto?» dice l’uomo una volta fuori. Ha la fronte a galletto e la camicia sbottonata. La donna slaccia la cintura posteriore e prende il bimbo in collo. L’uomo guarda la sua targa ammaccata, il muso dell’apino e di nuovo la sua targa. Scuote la testa. Poi dice alla moglie: «Chiama il pedriatra che rimandiamo». Amedeo s’accorge che il bignè alla nocciola e il cannolo alla meringa sono sfatti e rinuncia a offrirglieli. Il bimbo incrocia il suo sguardo e smette di singhiozzare.
«Allora? Non ha niente da dire?» dice l’uomo. «Prenda il CID e muoviamoci».
Amedeo rimane sul bambino.
«Smetta di guardare mio figlio e prenda quel foglio».
«Pioverà di nuovo secondo lei?»
«E che ne so, la patente ce l’ha?»
«Non ho niente, tampono la gente e faccio due chiacchiere, tutto qua».
La moglie rimette il bimbo in macchina e dice: «Chiama i carabinieri, Gaetano, questo è matto».
Amedeo rimane immobile, l’ombra fresca degli alberi lo attraversa e si ferma sul lunotto della monovolume. Assorto nei riflessi del vetro vede sua moglie Carolina appena uscita dalla doccia, poi un anello, la corsa in ospedale, un urlo nella polvere. In un’acciaccatura c’è la bocca sdentata di suo padre che tracanna vino, che balla come uno scemo, poi una chiamata in piena notte, la gente, della terra buttata sopra. Attraverso il poggiatesta il bimbo fissa Amedeo come fosse un gigante di quattro metri. Amedeo si ritrova su un cavallo a dondolo in salotto, poi sul motorino, poi all’Ateneo di Lettere e Filosofia che stringe una corona d’alloro, ora esce dalla Chiesa del Cestello mano nella mano, sotto una cascata di riso e coriandoli. Lui stesso è quel riso, lui stesso quei coriandoli. Poi torna in sé, rimonta sull’Ape e riparte. Per strada pensa a come è difficile mettere a punto la trilogia. A come è difficile non finire mai il puzzle, andare avanti con cautela e ricostruire ogni pezzo.
A volte si accontenta di uno sguardo, a volte di come suonano certe lamiere.
Andrea Tani, Narrativa minima
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