Centoventicinque al secondo
Non è Natale se, mentre si preparano gli ultimi pacchetti o si spignatta in cucina, non ci sono in sottofondo le classiche canzoni natalizie. Per i più agée nostrani la scelta musicale sarà forse caduta sul nuovo album di canzoni natalizie della regina bionica del varietà, Raffaella Carrà, ma per i diversamente anziani la scelta era più ampia, essendo il catalogo dei vari servizi di streaming particolarmente ricco di canzoni natalizie.
Ciononostante la scelta del sottofondo sembra che abbia privilegiato un’artista in particolare, una cantante che sui brani natalizi ha costruito una solida parte della propria fama planetaria: Mariah Carey.
Ogni anno in dicembre la sua voce risuona ovunque, dai grandi magazzini alle cucine di tutto il pianeta. La vigilia di Natale del 2018 ha rappresentato per lei un traguardo storico: 10.819.009 ascolti della sua versione del brano “All I want for Christmas is you” sul solo Spotify nell’arco della giornata.
Traducendo: ogni secondo della vigilia di Natale oltre centoventicinque persone hanno scelto di ascoltare il suo brano.
A parte la soddisfazione personale, però, come si può quantificare questo successo stratosferico? Milioni di dollari bonificati sui ricchissimi conti correnti della cantante?
Non proprio.
Se è vero che “All I want for Christmas is You” in passato ha fruttato alla Carey decine di milioni di dollari, il record di 11 milioni di ascolti su Spotify pare che le abbia fatto guadagnare quello che, in proporzione, sono solo pochi spiccioli.
Secondo i dati ufficiosi che circolano sugli organi di stampa, infatti, Spotify paga per ogni ascolto una cifra variabile tra 0,006 e 0,0084 centesimi; importo che deve essere diviso tra tutti gli aventi diritto. A conti fatti per 11 milioni di ascolti si parla di 92.400 dollari, da dividere tra cantante, autore, produttore e casa discografica (senza contare il fisco, che si prende la sua bella fetta).
È probabile che Mariah Carey ne abbia tratto più vantaggio in termini di pubblicità che di guadagno puro, ma viene da chiedersi se queste cifre siano effettivamente adeguate.
Se per un artista del calibro della Carey il guadagno complessivo è solo in minima parte influenzato dai passaggi dei suoi brani su Spotify, il dubbio è come possano fare a sopravvivere cantanti e musicisti emergenti che al massimo possono ambire a raggiungere numeri di ascolto di diversi ordini di grandezza inferiori a quelli della Carey pre-natalizia con simili ridicoli compensi.
Non c’è da stupirsi se, proprio per i ridotti importi riconosciuti ad ogni passaggio, artisti del calibro di Thom Yorke hanno deciso di cancellarsi dai servizi di streaming.
Troppa differenza rispetto ai guadagni realizzabili con i canali di diffusione musicale tradizionali.
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