“E allora la Francia?”: Il Falso Mito francese e perché l’Italia non deve cascarci
Quante volte ci siamo imbattuti nel famoso grafico sulle bassissime emissioni del settore elettrico francese per decretare la superiorità del nucleare sulle rinnovabili? È un ritornello tornato prepotentemente d’attualità proprio in questi giorni di metà marzo 2026: al vertice di Parigi, il presidente Macron (con il plauso della Commissione UE) ha rilanciato in grande stile il nucleare civile, confermando il piano per la costruzione di almeno sei nuovi reattori EPR2.
Ma prima di cedere al fascino di questo “rinascimento atomico”, occorre smontare un po’ di propaganda. Per farlo, ringraziamo l’autore Luigi Moccia, dal cui illuminante saggio abbiamo tratto le chiavi di lettura per questo articolo.
La Germania non è un monolite e la Francia è un’illusione ottica
Spesso si usa la Germania come capro espiatorio, additandola per aver abbandonato l’atomo. In realtà, Berlino ha semplicemente preso atto che il nucleare post-Fukushima ha costi insostenibili e rischi inaccettabili. Il vero merito tedesco è aver innescato, dieci anni fa, il crollo globale dei costi di solare ed eolico. Le vere colpe della Germania stanno altrove: aver ceduto alle lobby fossili frenando le rinnovabili e aver difeso a oltranza il motore a scoppio.
Dall’altro lato, la Francia viene venduta come il baluardo dell’indipendenza. La realtà è che il suo “100% nucleare” non esiste. I reattori francesi sopravvivono grazie a due stampelle: la flessibilità dell’idroelettrico e l’importazione di energia (anche fossile!) dai paesi vicini durante i picchi invernali o i guasti ai reattori. La Francia gode di una posizione centrale in Europa, vitale per esportare le rigidità del nucleare e importare riserve.
Perché il rilancio nucleare non è la strada per l’Italia
Sull’onda degli annunci di Parigi, c’è chi vorrebbe riportare il nucleare in Italia. Sarebbe un errore strategico, economico e tecnico per motivi ben precisi:
1. Geografia e Sismicità: L’Italia è una penisola ad alto rischio sismico. Fukushima ci ha insegnato che i disastri avvengono anche in Paesi tecnologicamente avanzati. Inoltre, non abbiamo la “centralità di rete” della Francia per scambiare facilmente enormi flussi di energia sui confini in caso di necessità.
2. Costi e tempi fuori mercato: Solare ed eolico oggi generano elettricità a costi stracciati. Avviare un programma nucleare in Italia da zero — senza una filiera attiva e senza competenze — significherebbe cantieri lunghi decenni e costi esplosivi scaricati sulle bollette dei cittadini, per una tecnologia non competitiva.
3. Rigidità di sistema: La nostra rete usa già il prezioso idroelettrico per bilanciare il sistema. Inserire reattori nucleari (che sono rigidi e lenti da modulare) in un panorama che ha sempre più bisogno di flessibilità per accogliere le rinnovabili è un controsenso.
La vera lezione: guardiamo alla Danimarca
Se vogliamo un vero modello europeo, guardiamo alla Danimarca. Le sue emissioni energetiche pro capite sono identiche a quelle francesi, ma senza l’atomo. Come ci riescono? Con l’eolico (sviluppato tramite cooperative locali, vera democrazia energetica) e con una fortissima efficienza sistemica, come le reti di teleriscaldamento. E a chi dice che il nucleare serve all’industria, i dati rispondono chiaro: la Danimarca ha un PIL pro capite e un settore manifatturiero in crescita, al contrario della Francia in continuo declino industriale.
Il rilancio francese è il tentativo di salvare un’industria nazionale storicamente sussidiata, non la soluzione magica per il clima. La strada per l’Italia è fatta di efficienza, rinnovabili e accumuli.
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