Firenze e l’Arno
La Toscana, come del resto l’ Italia, ha vissuto nel passato e vive tuttora due diverse esperienze geografiche e idrografiche dovute alla presenza o meno di fiumi importanti.
Infatti mentre Firenze e Pisa hanno usufruito e anche sofferto per via delle alluvioni dello scorrere dell’ Arno al loro interno, a sud di questo invece città storiche come
Siena, Poggibonsi, Volterra, San Gimignano e Massa Marittima che erano prive di fiumi, hanno dovuto scavare in profondità per avere l’ acqua e da questa necessità sono sorte le grandi fontane medievali costruite in genere con grandi archi. Abbiamo quindi gli esempi di Fonte Gaia a Siena; la Fonte delle Fate a Poggibonsi; le fonti di Docciola a Volterra e la Fonte dell’ Abbondanza a Massa Marittima, famosa questa per l’ affresco con i simboli fallici che pendono dai rami degli alberi.
Questa differenza territoriale aveva già portato nel periodo romano a suddividere la regione in due parti, la Tuscia Annonaria a nord dell’ Arno e la Tuscia Suburricaria a sud di questo. Firenze quindi approfittando dell’ Arno non aveva bisogno di costruire fonti o fontane e infatti la prima che fu costruita in Piazza della Signoria in età manieristica nel tardo rinascimento, vale a dire la Fontana del Nettuno, meglio conosciuta con il nome di Biancone, ebbe solo un ruolo decorativo.
E a Firenze quindi, come nelle città del nord solcate da grandi fiumi come il Po e l’ Adige, la vita si svolgeva in gran parte sui ponti anche perché su questi, e il Ponte Vecchio è emblematico in questo senso, venivano aperti negozietti come macellerie e generi alimentari, c’era la gogna per i condannati, c’erano i saltimbanchi, i giochi e la gente passava, a volte lasciava l’ elemosina a questi personaggi, comprava qualcosa ecc. Solo nel 1600 abbiamo la legge del Granduca che stabiliva che sul Ponte Vecchio ci dovessero stare solo gli orafi. Tutto questo dopo la costruzione del Corridoio Vasariano. Ma il ponte che ebbe una vita e una funzione più singolare fu il Ponte Rubaconte detto anche Ponte alle Grazie (come si chiama anche attualmente dopo la ricostruzione del dopoguerra). La singolarità era dovuta al fatto che alle spallette laterali del ponte erano sorti diversi casottini con funzioni di cappelle all’interno delle quali si insediarono successivamente delle donne che si autoreclusero, le cosiddette “Murate”.
Chi erano queste donne?
Queste donne avevano fatta una scelta se vogliamo di libertà, anche se oggi può apparire singolare, perché loro sostenevano di non voler essere costrette di prendere un marito imposto dalla famiglia come si usava allora, oppure se ce l’avevano lo mollavano, ma non volevano neanche entrare in un monastero o convento perché anche in quel caso erano decisioni prese dalla famiglia di provenienza con relative regole imposte.
Pertanto si trattava di una scelta libera e spontanea di donne che si erano riunite fra loro, ma poi cosa facevano?
Attraverso una piccola fessura di questi casottini ricevevano qualcosa da mangiare e in cambio davano delle benedizioni e poiché erano autorecluse, erano pertanto delle eremite e penitenti.
E in particolare le donne che non rimanevano incinte andavano a cercare la grazia da loro (da qui il nome del ponte), e per contrappasso le donne che avevano rinunciato per scelta alla loro fertilità potevano fare da mediatrici con la trascendenza di Dio, per dare invece la fertilità ad altre. Ma la Chiesa come si
poneva? Inizialmente questo fenomeno cresciuto in modo spontaneo e che attirava parecchi fedeli fu tollerato,
grazie soprattutto all’ ordine mendicante dei francescani di Santa Croce, ma nel primo ‘400,
all’ epoca soprattutto del Santo Arcivescovo Antonino Pierozzi, questa storia di donne su questo ponte che parlavano con i passanti e quindi predicavano stando in pubblico (cosa questa che facevano altri tipi di donne……) pur non essendo monache, non andava più bene!
Ci sono vari studi su queste autorecluse del Ponte alle Grazie e in piu’ ci sono documenti dell’ Archivio Vescovile di denunce di mariti al Vescovo che recitavano:
“Ma io avevo la mia moglie che ad un certo punto ha preso ed è andata via, è andata con le sue amiche, si sono rinchiuse sul ponte e dicono che ora siamo protette dalla Chiesa e noi restiamo qui! Ma che discorso è questo, io rivoglio mia moglie!”
E infatti, dopo una iniziale indecisione dovuta al dilemma tra il dogma che la moglie doveva tornare dal marito se questo la reclamava, e il principio della Chiesa secondo cui la donna che decideva di fare una scelta di vita più dura e rinunciare al sesso e al corpo, doveva essere incoraggiata e protetta, fu deciso di tagliare il nodo gordiano ponendo fine a questo stato di cose e fu applicata alla lettera la “Bolla Periculoso” fatta dal
Papa Bonifacio VIII all’ inizio del ‘300 che stabiliva che le donne religiose non avviate al matrimonio dovevano stare in un monastero o convento e quindi diventare monache di clausura. Pertanto fu trovata una soluzione forzata e fu costruito di là del fiume il Convento che prese appunto il nome delle “Murate”, che poi diventerà il carcere di Firenze e lì furono trasferite “obtorto collo” e
finì così la loro scelta libera.
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