Giulietta e Romeo 1949
Abbiamo sempre bisogno di storie. Una volta, da piccoli, ci pensavano i genitori, a volte i nonni, e quei racconti, quelle fiabe avevano il dono di farti sentire al sicuro, protetto, anche se volavi su mondi fantastici e a volte paurosi. Poi si cresce, si diventa adulti, ma quel bisogno di evadere e di vedere “come va a finire” rimane immutato. E a volte, per fortuna, si diventa lettori. E a volte, per fortuna, si diventa scrittori!
Se infine, come narratore, ci mettiamo un vecchio saggio, un amico ben conosciuto, un poeta musicista, bene, allora il gioco è fatto!
Questo piccolo raccontino di Guccini, stavolta orfano dell’amico Loriano Macchiavelli, ci riporta all’infanzia dell’autore, al tempo di un dopo guerra ancora in attesa di svilupparsi nel boom economico degli anni ’60.
Quel ragazzino un po’ selvaggio, abituato alle scorribande sull’appennino, montagne dove è nato, viene mandato per due settimane a trovare gli zii in pianura, mai visti prima.
Col treno. Verso un misterioso paesetto di nome Suzzara…
L’impatto col nuovo mondo è traumatizzante. Abitudini diverse, diverso mangiare, diverso stile di vita, anche difficoltà con la lingua. Clima umido, uggioso. Niente montagne. Così il piccolo Francesco si rifugia nella lettura di due libri di Salgari. Ma le giornate sono un po’ tutte uguali e su tutto prevale la noia.
A ravvivare l’atmosfera piccoli avvenimenti del quotidiano, qualche festa, qualche dolciume, qualche messa… anzi a messa si va sempre! Qui infatti si scopre che le famiglie degli zii sono estremamente religiose e si inizia ad intravedere quel contrasto politico che dal privato delle famiglie si espande a tutta la penisola: religiosi-democristiani contro atei-comunisti!
L’acme della storia si raggiungerà quando il ragazzino, nel tentativo di inventarsi un’avventura, in una perlustrazione di una soffitta poco raggiungibile, troverà una coppia, ben in là con gli anni, intenta in effusioni amorose! Scandalo! Scandalo! Scandalo!
L’argomento, di per sé pruriginoso, non era bastante, infatti…
Beh, non vorrete mica che vi tolga il colpo di scena! Tranquilli, non lo faccio! Ve lo gusterete con calma.
E così, al canto di un camino scoppiettante, quel saggio poeta, avvolto nella sua aurea di affabulatore romantico, ci prende per mano e ci porta in questo viaggio nell’Italia contadina dei Peppone e Don Camillo. Col suo stile pungente e spesso ironico ci sottopone quei suoi cari ricordi agganciandoli ai nostri tempi e facendoci riflettere sul valore di ideali che ormai sembrano assumere le sembianze di pezzi da museo.
E corre, corre, corre la locomotiva…
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