La band c’è, ma non si sente
Immaginate di essere un cantante: salite sul palco con la vostra chitarra acustica, i vostri compagni di band e iniziate a suonare e cantare. Dopo poco, però, inizia a piovere: ci sono dei problemi tecnici e rimanete soli a cantare e ed accompagnarvi soltanto con la chitarra. Cosa avreste fatto?
Questo è esattamente quello che è successo a Marco Castello durante il concerto del 1o luglio all’anfiteatro delle Cascine Ernesto de’ Pascale. Molti cantanti avrebbero interrotto lo spettacolo, ma non lui, non Marco Castello.
Andiamo con ordine, però. Già prima del concerto aveva piovuto e, sebbene il palco fosse protetto da gazebi, temevamo tutti che la band non avrebbe suonato nemmeno un brano. Per fortuna, la pioggia è durata poco e, appena il palco è stato asciugato, Marco Castello è salito insieme alla sua band, formata da un bassista, un chitarrista, un batterista, un percussionista, 3 sassofonisti (uno dei quali suonava anche le tastiere) e un tastierista.
Il concerto si è aperto con Gomu Gomu No Bazooka, l’iconico tema strumentale della colonna sonora dell’anime One Piece.
Neanche il tempo di applaudire (del resto, avrebbe potuto ricominciare a piovere da un momento all’altro), che la band ha iniziato sùbito a suonare Pompe, traccia d’apertura dell’ultimo album di Castello, Quaglia sovversiva, uscito a dicembre dell’anno scorso. Durante il brano successivo, Vessenali (seconda traccia dell’album), abbiamo iniziato a sentire dei tuoni… Come tutti temevamo, durante l’esecuzione di Nascondigli (terza traccia) ha ricominciato a piovere. La band era comunque protetta dai gazebi, quindi ha continuato a suonare – il maltempo sembrava non aver influito sul concerto.
Al termine del brano, però, i tecnici del suono hanno annunciato che, a causa della pioggia, basso e chitarra erano usciti dal mix. Poiché sembra un problema lungo da risolvere, la band ha deciso di proseguire senza i due strumenti. Questa scelta e stata ancora più dolorosa sapendo che, nel brano successivo, Mutu e scippi coppa, ci sarebbe dovuto essere un intermezzo, nel quale la chitarra elettrica avrebbe dovuto suonare OH! TENGO SUERTE, il celebre brano del chitarrista giapponese Masayoshi Takanaka. La band ha deciso di eseguire comunque il tributo a Takanaka, mentre Danny Bronzi e Lorenzo Pisoni – non potendo suonare, rispettivamente, chitarra e basso – hanno improvvisato un allegro balletto (che mi ha molto ricordato quello di Issei Noro e Tetsuo Sakurai – rispettivamente, chitarrista e bassista della band giapponese Casiopea – durante l’assolo di tastiere di Galactic Funk nel tour del 1985).
Tutti speravamo che il problema fosse stato risolto, invece i tecnici hanno annunciato che anche tutti gli altri strumenti non erano più nel mix! L’unico strumento rimasto era la chitarra acutisca di Castello. Sebbene fosse visibilmente irritato per l’inconveniente, ha deciso di proseguire comunque – una dimostrazione di grande rispetto per il proprio pubblico –, suonando alcuni brani facilmente riarrangiabili soltanto per voce e chitarra, così da dare ai fonici e ai tecnici il tempo di risolvere il problema.
Il primo pezzo che Castello ha eseguito in questa improvvisata versione acustica è – a grande richiesta del pubblico – Luminarie, un brano che non suonava in concerto da anni. Poiché sono più facili da riarrangiare in una versione acustica, Castello ha ripescato molti brani dal suo primo album (Contenta tu), anch’essi brani che non erano inclusi nella scaletta. Il pubblico stava quasi iniziando ad apprezzare questo imprevisto tecnico.
Dopo una ventina di minuti, il problema non era ancora stato risolto: Castello ha dovuto quindi riarrangiare in una versione per solo voce e chitarra anche le tracce del suo secondo album, molto più elaborate dal punto di vista tecnico e, soprattutto, ricche di assoli di chitarra elettrica, basso e tastiere. Nell’eseguire questi brani, Castello ha dato un’ulteriore prova di essere un abile improvvisatore: per far fronte all’assenza di quegli strumenti, non solo ha fischiettato le loro melodie, ma ha anche “cantato” gli assoli con dei vocalizzi.
Il pubblico non è certo rimasto tranquillo e in silenzio: per colmare il vuoto della band, i fan hanno “cantato” le parti degli strumenti mancanti, tenuto il tempo battendo le mani e, quando necessario, hanno anche eseguito i controcanti, ricambiando l’enorme rispetto che Castello aveva dimostrato proseguendo il concerto.
Quando abbiamo capito che il problema tecnico non sarebbe stato risolto, Castello è stato costretto a suonare in acustico anche un paio di brani dall’ultimo album: l’arrangiamento di queste tracce si basa – molto più che nei due album precedenti – sull’armonia tra i vari strumenti e sul loro “incastro” sonoro. Eseguire questi brani solamente con una chitarra acustica è un’impresa che rasenta l’impossibile, ma Castello, con un po’ di difficoltà (ma con l’aiuto del pubblico), ha eseguito in versione acustica anche questi pezzi.
Trascorse due ore, Castello ha annunciato che di lì a poco se ne sarebbe dovuto andare. Ha eseguito un ultimo pezzo, Melo (anche questo molto difficile da eseguire solo con la chitarra, per il crescendo strumentale del finale), ha ringraziato il pubblico per essere rimasto nonostante i problemi ed e uscito dal palco.
Quello di Marco Castello è stato quindi un «concerto interattivo», come l’ha definito un fan dopo lo spettacolo. Tra Marco Castello e il pubblico si è instaurato un legame di reciproco rispetto e collaborazione: Castello ha continuato il concerto anche senza band, il pubblico ha colmato questo vuoto come meglio ha potuto. Il risultato: delle inaspettate, ma gradevoli versioni acustiche, che sicuramente avevano meno energia rispetto a quelle con la band, ma, in compenso, erano molto più intime, perché creavano un legame tra i fan e l’artista che, senza problemi tecnici, non si sarebbe mai formato.

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