Firenze anni ‘40. Da via Burchiello al Carmine
… era un percorso che facevo ogni giorno per andare a scuola: il fatidico magistrale Capponi, istituto statale per signorine, future maestre elementari.
Passavo da via Aleardi, dove sulla sinistra spiccava l’insegna della latteria Tantussi, gestita da un rubicondo giovanotto dai capelli ricci (sembrava il ritratto della salute) che distribuiva ogni mattina latte e burro a domicilio.
Proseguendo sul viale Ariosto, giravo a destra verso via dell’Orto, dove erano alloggiate le suore del Conventino: religiose di antico stampo, molto austere e riservate. Lì venivano accolte le giovinette di famiglie nobili e illustri, che studiavano in un ambiente protetto e soprattutto non si potevano “mescolare” con le altre studentesse esterne. Era addirittura proibito scambiarsi qualche parola anche se alloggiavi nello stesso banco: vietato comunicare!
Proseguendo, sempre sulla destra, c’era un vasto interno maleodorante: la tripperia Bambi, dove veniva bollita, spellata e confezionata la trippa, che una volta cucinata insieme al lampredotto, diventava uno dei piatti toscani più appetitosi e succulenti.
Via dell’Orto ospitava, allora, una sorta di persone, le più disparate. C’era persino la possibilità di comprare dei “pidocchi”, che pare rappresentassero la cura ideale per l’itterizia. Venivano acquistati “a numero” e, una volta racchiusi nell’ostia, ingeriti come medicina toccasana di natura biologica.
In fondo alla via dell’Orto si arrivava in piazza Piattellina. Lì c’era una meravigliosa friggitoria di coccoli e roventini (o sanguinacci). I coccoli te li servivano dentro la carta gialla, appositamente accartocciata, ed emanavano un profumino invitante. Sul lato sinistro della piazzetta c’è ancora un piccolo oratorio che appartiene alle suore del Carmine: era la meta di noi studentesse, che passando di lì ci fermavamo a farci un segno della croce e ad implorare la Madonna che ci proteggesse dalle interrogazioni dei professori… e, soprattutto per me, da quelli di matematica e fisica, gli “spauracchi” della cultura scolastica.
La mia mamma mi iscrisse da queste “suorine” illudendosi che io avrei frequentato il loro corso di ricamo e cucito. A quei tempi le ragazze dovevano imparare a tener l’ago in mano! Sarebbe stato uno dei futuri doveri della brava moglie! Ma ahimè, dopo aver trascorso un pomeriggio tra Ave Maria e giaculatorie, abbandonai il progetto, così ambito da mia madre, di diventare esperta di cucito o magari di uncinetto.
Il quartiere di San Frediano, allora, era veramente particolare, espressione della fiorentinità popolare: bello, brutto… potevi sentire il richiamo dell’arrotino o dell’ombrellaio sprangaio!
Dopo la piazzetta Piattellina ecco finalmente la piazza del Carmine, con la sua chiesa imponente, la meravigliosa Cappella Brancacci, le statue, gli affreschi… e quando alzi lo sguardo vedi Adamo con Eva che cammina ad occhi bassi, vergognandosi per aver trasgredito gli ordini del Signore… in fondo aveva solo mangiato uno spicchio di mela!
Fin da allora le donne si sentono accusate e provano dei sensi di colpa… mi auguro che le nuove generazioni sappiano però usare la libertà reciproca con saggezza ed equilibrio: che ci possa essere una ragionata cautela nell’affrontare il rischio della convivenza, per niente facile, poiché richiede pazienza e buona volontà!
Scritto da Maria Cavallaro, anni 93
![]()


