La conta delle pecore
L’altra notte non riuscivo a dormire. Dopo essermi girato sotto le coperte, ho spostato con un piede il mio Gustavo e sono rimasto come un bambolotto a molle seduto a bordo letto. Ciò che mi ha spinto a cercare le pantofole, che non ho trovato, non è stata questa sensazione quanto sentire le tempie che mi battevano incessanti. Tremendo.
Ho lasciato che Anna dormisse con la sua mascherina e la sua nuova montagna di mici addosso e, stando attento che le ginocchia non mi scricchiolassero, piano piano ho fatto ogni gradino delle scale che portano di sotto nell’oscurità. Balzellare giù a culate attaccato allo scorrimano non sarebbe stato divertente. Come non lo sarebbe stato arrivare trionfale in pigiama al Pronto Soccorso e poi stare un’ora al 4390 per tornare a casa.
Passata l’oltretomba che è il mio salotto, situato al polo Nord per i miei termosifoni sempre spenti, ho scansato le palline dure sul pavimento. Poi mi sono allontanato dagli spigoli per non fracassarmi i mignoli e sono entrato nel mio studiolo fatto a mia immagine e somiglianza. Che detta così, sembrerebbe una stanza vuota e piena di bachini.
Dopo aver dato un occhio a Sguercio, il mio pesciolino bianco, bianco non per le sue origini papali, ma perché l’ho inondato di spruzzate antibatteriche per anni, ho passato in rassegna i miei libri sghembi e le migliaia di post-it e nastrate di scotch sulla parete sinistra.
Alla finestra sono rimasto in silenzio con gli occhi persi su via del Drago d’Oro, la mia strada. Ho lasciato che i neuroni che mi avevano tenuto sveglio scorressero piano e non collidessero fra loro. Il vetro rifletteva la mia faccia, il fiato la copriva a intermittenza. Col telecomando ho acceso l’aria calda.
Dopo un momento di apatia (simile a quando mi trasformo in un pupazzetto da cruscotto) mi sono messo di lato con la tendina sulla nuca e mi sono abbandonato alla conta delle pecore. Ho contato le macchine parcheggiate, le Nissane, le Audiane, le Opeliane, le loro ombre che si appoggiavano sui pietrini e sulle mura. Sono andato avanti e indietro senza perdere un cerchione. Poi sono passato ai davanzali, ai sotto davanzali, alla luna incollata sugli stemmi, alle foglie che prima di lasciarsi cadere piroettavano forme e capriole. E i sacchetti, c’erano anche quelli che sorvolavano le inferriate, i tombini, i cassonetti interrati, compresi i portavasi dei primi piani. Tutto era disposto a elenco e scorreva orizzontale, come i giorni della settimana e le ore impilate sui social. Ho sbadigliato, a scalare ho rigato il vetro a cerchi concentrici, proprio a rimarcare quanto era o non era importante il mio mal di testa.
Nel frattempo è passata una signora anziana con uno zaino rosa e una gonna lunga che toccava terra. Discuteva con un giovane dal giubbotto e i capelli neri che l’ha presa a spintoni. I loro passi e le loro voci non producevano alcun suono, solo angoscia. Senza pensarci troppo ho tirato fuori il mio CheyTac M200, ho mirato e sparato a entrambi, poi preso dai cambi di coscienza ho afferrato i proiettili al volo sporgendomi sopra la strada e li ho rimessi in canna belli roventi. Poco dopo se ne sono andati. Ho pensato al mio mal di testa che da anni non solo sparge acquitrino sul mio parquet intarsiato, ma dà la colpa ai miei familiari dimezzando le loro facce. Compreso il silenzio.
Così ho giocato a sollevare la strada con le dita e ho fatto un aeroplano. Ho scavallato le Alpi e sono atterrato nel seminterrato di Crans-Montana. Mentre ero di fronte al cartello “Fine vita” tossivo e dovevo scegliere se scoprire tardi la felicità o respirarla tutta insieme. «Erano solo ragazzi», mi ripetevo guardando la strada. Anch’io lo sono stato una volta, una volta sola, quando abitavo a Piombino e la mia famiglia era ancora intera.
Dopo una sbuffata mi è arrivato il caldo, un tepore che dalle spalle ha ammorbidito la tensione del collo e dei pensieri.
Ho spostato la tendina e ho chiuso il quartiere di San Frediano. Ho spento l’aria col telecomando, salutato Sguercio e riattraversato l’oltretomba. Sono spuntate Pipina e Goldie, le altre coinquiline, che nel buio sembravano due furgoni con gli abbaglianti. Anna stava ancora dormendo a capanna, con la bocca aperta.
Uscito dai sogni per la mia cervicale, ho preso l’insonnia per i lembi e l’ho scaraventata dalla finestra, come sempre. Tanto poco dopo sarebbe passato il camion della nettezza che, insieme ai sacchi dell’umido, avrebbe portato via tutte le mie turbe notturne. Ma questo l’avevo già presupposto quando ero seduto a bordo letto.
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