La casa delle bambole
Quando si rompe una busta riciclabile senti proprio il braccio più sciolto, come dopo essere andato di corpo, e realizzi che non ti conviene guardare giù, accanto ai piedi, e nemmeno supporre con freddezza quello che poi capita davvero, perché ci resteresti male e penseresti a tutto ciò che potevi fare per evitare quella sventura e i motivi che ti hanno portato lì; ma allora hai a che fare coi sogni tarpati, con la noia, coi cambi d’umore che ti assillano fino a che non vai a dormire, e questo non lo vuoi. Quello che vuoi è che qualcuno, con la bacchetta magica, ti risolva tutto e subito, e che l’universo, o chi per lui, non si accorga di quanto sei impacciato e ossessivo in certi momenti della tua vita.
Poco prima avevo scelto quei libri con cura, seduto sul mio sgabellino. Avevo spostato quelli davanti e sfilato fuori quelli in fondo allo scaffale. Era come li ordinava Luigi, napoletano doc dalla creatività gentile, che quando gli chiesi se amasse leggere, mi disse di no, secco e duro. Li accatastava come faceva con la vetrina in strada e col bancone, a doppia fila tipo case popolari con terrazzo, e io me ne stavo lì con la mascherina. Poi lo vedevo sbucare da una porta perlinata con altri libri compressi da un elastico, facendo finta di niente. Li appoggiava per terra a costruire un fortino, come se me li volesse far mangiare. Me ne accorgevo, ma tornavo subito a sfogliare. Non facevo attenzione ai titoli né a chi li aveva curati, né mi interessavano l’anno né la casa editrice. Volevo solo averne tanti. Mi fermavo alle figure di copertina, agli scenari scabrosi, a qualcosa che mi riportasse a Calvino, l’unico scrittore che per me rappresentava la letteratura a tutto tondo. Ricordo ancora quando immaginai quanto sarebbe stato bello vivere sopra l’armadio in seconda media.
«Vuole una mano?» mi disse una signora imbacuccata per il freddo di metà dicembre. «No, no, grazie, ho fatto». E di colpo quei libri smembrati nella ghiaietta, a faccia in giù, così piccoli e ingrigiti, non erano più quelli che mi avevano fatto informicolire i glutei e riscaldare il sangue. Erano qualcos’altro. Impastato com’ero di quelle pagine molli, con le luci al neon che riluccicavano sull’asfalto freddo e risalivano fin sopra i lampioni, li vedevo d’improvviso pacchiani con poco mondo alle spalle e nessuna appartenenza. La fronte mi grondava e l’affanno stava disturbando la Firenze della fermata Rifredi. Senza pensare, li ho presi alla rinfusa e accatastati uno sopra l’altro. Quelli fradici li ho messi in cima. Con una mano reggevo una busta, con l’altra una colonna d’Ercole che mi arrivava fino al mento. Avevo l’occhio sull’ultima pagina, credo di un giallo Mondadori, che di sbieco mi mostrava un numero scritto al volo, che appariva e scompariva col vento.
Luigi scriveva il prezzo col lapis in fondo a tutti i libri, dopo la bibliografia e i riferimenti tipografici, valutando soprattutto l’usura e non il valore letterario. Io, dopo aver scoperto questa cosa, mi precipitavo su Google per cercare quante più informazioni possibili. Il risultato era che facevo una gran confusione e, da buon accumulatore, termine che mi si addice tuttora, mi guardavo in tasca e non disdegnavo altre sorprese a forma di libro. Perché, alla fine, l’unico obiettivo era farmi una muraglia cinese, che compensasse tutti gli anni da “non lettore” e mi proteggesse dalle forze oscure dell’ignoranza e dell’arredo (mentale soprattutto). Un’antilibreria, per fare il figo, come avrebbe detto Umberto Eco.
Luigi, quando mi ha visto tornare, stava annaffiando l’albero comunale di fronte alla vetrina. Mi è venuto incontro col sorriso beffardo di chi conosce lo spessore delle sue buste per l’organico. Per scusarsi, oltre a tirare fuori un bustone rinforzato della Coop, mi ha sventolato un paio di ristampe erotiche degli anni ‘20. Perdonatolo all’istante, ho accettato anche un paio di libricini di “Storia della cucina” mentre lisciavo una vecchia casa delle bambole in resina. Con una stretta di mano ho ricambiato il favore, andando su un Adelphi degli anni ’80: Frost di Thomas Bernard. Essendo un libro corposo, era proprio fatto per stare accanto ai poeti contemporanei del Mugello, dalla costoletta fine e piegata (seconda mensola a destra della mia muraglia).
Quando l’ossessione è tornata sui binari, me ne sono tornato a casa, con più libri di quanti immaginassi. Dopo averli ordinati, sono rimasto in piedi, con gli occhi chiusi, a respirare il rancido del borsone che ancora sapeva di frutta secca e pezzetti di pecorino.
Oggi la libreria “Libri usati” si è trasferita e, purtroppo, io non abito più in viale Morgagni. Capita però che a Natale, io e Luigi ci sentiamo lo stesso per gli auguri. Con gioia mi ricorda che non ha più quelle buste orrende e che, se sono ancora interessato, la casa delle bambole è lì per me. Gli dico che un giorno passerò a prenderla, devo solo allungare un altro po’ il lockdown in mansardina.
Andrea Tani, Narrativa minima
![]()


